Sociologia e clinica del legame sociale

Al centro della società contemporanea è oggi collocato l’‘individuo’. Un tempo non era così: il gruppo di appartenenza, o meglio, quella che chiamavamo ‘comunità’, definiva le sorti e il percorso di vita di ognuno. Oggi di questa comunità, parafrasando Zygmunt Bauman, rimane solo il mito ed il desiderio, per alcuni, che essa si riveli nuovamente in un tempo futuro non identificabile. Si potrebbe dire che, finita l’epoca della comunità, l’uomo occidentale sia rimasto solo di fronte alla possibilità di auto-costruirsi il proprio destino. Gli individui agiscono, lottano e si sforzano di fare della propria vita un’unica e singolare avventura, condizionata solo dalle proprie decisioni: è la società delle ‘infinite possibilità’ dove ad ognuno è consegnata la proprietà esclusiva della propria biografia. Nella società delle infinite possibilità, l’individuo è spinto a ‘divenire sé stesso’, affrontando in ogni momento e a viso aperto il ‘cambiamento’ e sfruttando al meglio i margini di libertà che la vita gli concede. Muovendosi in una realtà globalizzata, i confini delle nostre possibilità si allargano. Di conseguenza, ‘ciò che potremmo essere’ entra in contrasto con i limiti dati dal vivere quotidiano dettati da tempo, risorse materiali ed immateriali di cui disponiamo per sviluppare il nostro progetto di vita. Nel contrasto tra libertà di scelta e confini del quotidiano, si realizza colui che è in grado di saper coniugare con flessibilità la conoscenza acquisita (l’immateriale) ed il capitale materiale a sua disposizione. André Gorz, sociologo e filosofo francese scomparso nel 2007, metteva in luce come, ad una progressiva valorizzazione del capitale immateriale dato dalla conoscenza, si stava assistendo ad un arretramento del capitalismo basato sul mero possesso dei mezzi di produzione. A distanza di qualche lustro rispetto a quanto suggerito da Gorz, si può oggi affermare che il capitalismo classico ha lasciato spazio ad un assetto nuovo nel quale si osserva una diffusione massiccia di meccanismi/dispositivi produttivi che implicano la conoscenza, il sapere comune e individuale, la solidarietà del legame sociale come risorse sfruttabili dal capitale al fine di estrarre da esse un plusvalore. Negli studi sociologici successivi a Gorz, le conseguenze che queste trasformazioni hanno portato al legame sociale sono state studiate da un punto di osservazione che ha nuovamente privilegiato la dimensione macro. In altre parole, la sociologia ha continuato a produrre riflessioni ambiziose e sofisticate, il cui destino è vincolato alle biografie dei grandi intellettuali che le hanno sviluppate negli ultimi decenni  (Bauman, Beck e Giddens). Ora, la recente dipartita di questi intellettuali, attivi più che mai in vita e strenui difensori della disciplina, ha aperto una voragine nel campo sociologico e agli occhi di una società sempre più individualizzata, flessibile e fondata su legami deboli, il sociologo appare come una sorta di reduce o peggio un testimone ai margini dei processi di sviluppo di questa epoca, che paradossalmente proprio la sociologia ha definito post-modernità.

Sul versante della produzione di interpretazioni sul legame sociale sono la psicanalisi  e la filosofia politica (si pensi ad es. alle teorie sulla biopolitica di Foucault, che pur era anche sociologo) a definire ora un ordine nel discorso sul sociale. Il sociologo ha smesso di parlare o, si può anche dire, non viene più interpellato. Non è detto che questo sia qualcosa di negativo in sé, considerato l’eccesso informativo nel quale viviamo oggi e la velocità con la quale le cose dette nell’agone pubblico perdono di significato e di senso. Ritengo che però questo arretramento della sociologia non sia qualcosa di scelto, ma sia piuttosto qualcosa di semplicemente subito e che si sostenga attraverso una indifferenza da parte di chi una posizione dalla quale parlare, sociologicamente, non l’abbia mai persa in questi anni: l’Università. Una società più informata, oltre che più informatizzata, ad un certo punto potrebbe essersi fatta questa domanda: a cosa serve (mi serve) la sociologia? E la risposta che si è data è: non serve a niente. Nel mondo attuale, dove vigono le regole dell’utilitarismo la sociologia è stata giudicata silenziosamente, ma ineluttabilmente, inutile. Ma siamo sicuri che la sociologia non serva?  Se ad es. prendiamo in esame la sociologia baumaniana, potremmo dire che il concetto di società liquida è ormai stato assorbito dal linguaggio comune ed è stato giudicato non idoneo come paradigma in grado di  proporre soluzioni efficaci ai danni prodotti dai processi di sfruttamento messi in atto dal capitale: processi che ridisegnano nuovi disagi nella civiltà. Quindi la sociologia non serve. Ma se trasportassimo il concetto di società liquida all’interno di un contesto operativo (l’organizzazione, il gruppo, il soggetto) e sfruttassimo questi concetti in termini diagnostici disegnando percorsi di cambiamento e proponendo interpretazioni forse si aprirebbe uno spazio per affermare che la sociologia serve. Ma per servire deve essere pratica clinica. Per essere pratica e clinica, il sociologo deve farsi professionista. E preoccuparsi di definire in quale setting intende operare. L’operazione in atto da parte di una certa psicanalisi di fare incetta delle teorie  sociologiche (a cominciare da Marx, per arrivare a Weber, Durkheim e i contemporanei) per poi portarle (senza citare le fonti…) sul divano del paziente come elemento interpretativo del disagio che quest’ultimo gli porta, non è totalmente da biasimare: non c’è il copyright. Semplicemente penso che questa operazione andrebbe svelata e messa in discussione rispondendo con una proposta pratica altrettanto efficace sul piano clinico. 

Uno degli ultimi testi di Bauman, scritto a quattro mani con lo psicanalista Gustavo Dessal,  propone l’avvio di un dialogo tra una certa sociologia e una certa psicanalisi per riformare una epistemologia nella quale le due discipline stabiliscano un’alleanza per un nuovo modo di lavorare nel sociale.

Affinché questo percorso possa compiersi è necessario mettere in gioco una sociologia che sappia praticare una clinica dei legami sociali formata ad un ascolto ad orientamento psicanalitico.

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