Il sociale e il desiderio

Che cosa porta all’incontro con l’altro? Una risposta potrebbe essere: il desiderio dell’incontro. Ma quanto oggi il sociale è il frutto di un incontro desiderato?

Sociologia e psicoanalisi da posizioni differenti si occupano di incontro e desiderio. Aderire al desiderio dell’incontro o rinunciarvi ha delle conseguenze sia sul piano sociale e sia su quello individuale. La sociologia clinica, in particolar modo, affronta i nodi problematici nell’incontro con l’altro (che sia individuo, gruppo, organizzazione complessa, ecc…), ossia indaga il tema del desiderio come forza che genera od ostacola il darsi del legame sociale. In questo senso la sociologia clinica produce diagnosi lavorando con quello che del sociale emerge come sintomo mostrandosi nella sua forma di comportamento del soggetto, del gruppo e dell’istituzione. Il legame sociale si mostra all’esterno, sulla scena, come sintomo divenendo così un fatto sociale.

Se il sociale si costruisce come spazio di risposta a bisogni che l’uomo singolo nella sua condizione di incertezza e nei limiti della propria esistenza corporea non può affrontare da solo, l’evoluzione raggiunta oggi dalla tecnica pone questo singolo uomo in una situazione di minor bisogno (necessità, impellenza) dell’incontro con l’altro per affrontare le questioni legate alla sua sopravvivenza fisica. Nella nostra epoca di benessere diffuso (diciamo dal secondo dopoguerra in poi) che cosa sia lo stato di bisogno è una domanda aperta alla quale è molto difficile rispondere; allo stesso tempo è una domanda alla quale è sempre stato politicamente necessario dare una risposta in termini pratici (ad es. si veda il dibattito mai concluso sui livelli minimi assistenziali di cui recentemente si è arrivati a una parziale definizione, solo sul piano sanitario). Nella definizione dei bisogni e nelle modalità praticate per rispondervi in modo oggettivo risiede la legittimazione (sociale) del potere organizzato nelle sue forme istituzionali. Tale legittimazione in questa fase storica è potentemente messa in discussione. Il potere istituito nella sua azione di governance arretra, vacilla, e il singolo cittadino per necessità deve rispondere al suo stato di bisogno avendo di fronte a sé l’alternativa o di allearsi per organizzare una risposta efficace (affrontando l’imprevisto e la paura dell’incontro con l’altro) o di provare soluzioni individuali destinate con buone probabilità al fallimento (aderendo in modo a-critico all’idea di essere in toto imprenditore di sé stesso). L’arretramento della politica che abdica al suo ruolo di organizzare risposte ai bisogni (strategia neoliberista) toglie dalla scena sociale la dialettica tra bisogni ai quali solo nel legame sociale è possibile dare risposta e il desiderio di cui solo il soggetto è portatore. Questa dialettica si sposta a livello intrasoggettivo o di gruppo di riferimento nel quotidiano (la famiglia, il vicinato, il luogo di lavoro). Questo atteggiamento del politico alza il livello di conflittualità intrapsichica (es: i suicidi degli imprenditori nelle zone del Nord Est, la violenza in famiglia, la violenza contro il diverso) e mantiene basso il livello di conflittualità politica. Nella società individualizzata (Bauman) ciò che il singolo crede non debba avere una risposta nel e dal sociale lo mette a confronto con ciò che costui vorrebbe per sé in termini di desiderio. Quando il bisogno si fa pressante e non si cerca nel legame sociale una risposta, lo spazio del desiderio viene invaso e si produce l’implosione del soggetto. Da un punto di vista culturale è qui che il discorso della psicoanalisi entra in dialogo con il discorso sociologico. Il sociale rientra nell’individuale quando l’uomo diviene sempre più essere-tecnologicamente-autosufficiente. Il sociale non serve più all’individuale per garantirgli la sopravvivenza. Ma se il legame con l’altro si indebolisce nei fatti (e questo indebolimento non viene affrontato, analizzato come fatto sociale, come insegna Durkheim, ma liquidato come scelta individuale di isolamento), quel legame non scompare: semplicemente va a situarsi nel soggetto come idea, progetto, divenendo in alcuni casi un suo sintomo (in questo senso sintomi possono essere allo stesso modo: il lavoro sociale sul versante del bene e il crimine contro l’altro sul versante del male). E’ immaginario e simbolico che non fa presa sul reale, direbbe la psicoanalisi di Lacan. Il mutamento dei processi di produzione e la conseguente predisposizione del corpo ad essere sempre più corpo-macchina annullano il confine tra bisogno e desiderio (a questo proposito, Deleuze e Guattari parlavano di macchine desideranti in polemica con la psicoanalisi di Freud, concetto che se in effetti risolve la questione sul piano filosofico, lascia aperti molti spazi sul piano della sua utilità nell’intervento socio-clinico). Scegliere di mantenere i due termini distinti è fondamentale per il sociologo che intende adottare lo sguardo clinico così come lo è necessario per lo psicoanalista nella sua relazione con il paziente. Entrambi contribuiscono a mantenere aperta la distinzione vitale tra bisogno e desiderio perché nel farlo aderiscono pienamente all’etica della loro professione.

Concludendo: indagare le ragioni di questa con-fusione tra bisogno e desiderio apre il confronto tra sociologo e psicoanalista, ad un livello che è quello dell’intervento nel sociale. Se infatti è vero che il primo si è sempre occupato dei bisogni (ciò che si mostra nel sociale e assume la forma di domanda organizzata di cambiamento), il secondo porta il soggetto ad interrogarsi sul proprio desiderio (ciò che si sottrae alla vista nel sociale e rinunciando al quale si produce disagio).   

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