La creatività al lavoro

In questo articolo intendo soffermarmi sul percorso che compie la creatività quando entra nel processo produttivo.

La creatività costituisce l’elemento di legame tra sociale e desiderio: ognuno mettendo in gioco la propria creatività dona all’esterno, nel sociale, il proprio desiderio. Ma quale creatività si incontra nella nostra contemporaneità? E in che modo la creatività incontra il discorso sul desiderio?

In questa epoca dove produzione e consumo si confondono, dove è l’innovazione ciò che fa la differenza, è sul posto di lavoro che siamo chiamati a mettere in gioco la nostra creatività. Non importa se siamo in piccole, medie o grandi organizzazioni: dobbiamo essere creativi per produrre innovazione.

La creatività di cui si parla oggi non ha nulla a che fare con la creatività dell’artista o dell’artigiano che tagliano/limitano il godimento1 con la realizzazione della loro opera. E’ piuttosto una crea-attività, che chiama in causa l’Io in una progettazione che, per vedersi realizzata (oggettualizzata), necessita, come sempre, dell’avvallo del proprietario dei mezzi di produzione. Questa forma di “creatività” non segna alcuna differenza rispetto ai meccanismi soliti di sfruttamento del lavoro, in quanto il plus-valore non è di proprietà del soggetto. Egli ne viene espropriato. Quindi quella che si osserva nel mondo del lavoro è una creatività, estorta, espropriata e alienata. Non c’è oggetto, inteso come qualche cosa di tangibile, ma c’è progetto. La differenza che porta il soggetto-artista non è riproducibile, in quanto egli traccia un segno di unicità e il capitalismo di questo segno può mettere a valore solo ciò che di esso si può uguagliare ovvero riprodurre2 (solo ciò che può fissarsi in una immagine). La soggettività è un ostacolo/limite alla riproducibilità dell’oggetto. Ma è una “soggettività smarrita”3 che, non sapendosi collocare di fronte allo smarrimento, o si adatta o implode. Se l’obiettivo del Capitale è quello di mettere in produzione l’intero individuo, la soggettività è l’ultimo baluardo contro questo progetto malefico. Ma per resistere occorre credere che tra io e soggetto vi sia una differenza, uno scarto tra ciò che siamo costretti a fare per vivere e ciò che fa di noi esseri unici (il nostro desiderio). Tra moi e je, direbbe la psicanalisi di Lacan, occorre mantenere una frattura aperta.

La creatività di ognuno disegna la propria unicità e va difesa, com’è possibile farlo quando si è chiamati a cederla affinche produca profitto? Siamo in questo senso destinati ad una sconfitta del desiderio di essere artefici delle nostre vite in nome di una necessità sempre più diffusa di “portare a casa il pane”per sopravvivere?

Provo a compiere un passaggio ulteriore, focalizzando l’attenzione su quanto sta avvenendo nel campo del lavoro cognitivo/culturale. Alcuni autori, sociologi soprattutto, stanno puntualmente indagando il tema della produzione di valore in questo settore dell’economia fortemente in crescita e ad essi si rimanda per un approfondimento (F. Chicchi e G. Roggero, 20094). Quello che vorrei sottolineare qui è il fatto che, se nell’economia della conoscenza al lavoratore viene richiesto di cedere la propria creatività e questo rientra in forme contrattuali sempre più definite, quello che resta ai margini del discorso accademico su queste forme di sfruttamento è esattamente l’impatto che hanno sul soggetto del desiderio. Come agisce, o meglio come sta, colui che è sottoposto a queste pratiche di esautorazione nelle quali sacrifica la propria creatività in nome di un sapere che si suppone essere superiore e che si chiama a seconda del contenitore nel quale è prodotto: Cultura, sapere accademico, progresso scientifico, ecc…? Credo che questa sia una questione molto interessante da approfondire nell’ambito della clinica sociologica e non solo un tema da approfondire come ulteriore sapere (accademico).  Desiderio e creatività si muovono nel sociale contribuendo a costruirlo, ma ciò accade in forme imprevedibili e non costrette;  se desiderio e creatività vengono soffocati da forme di godimento (il lavoro come luogo della realizzazione di sé) che ne catturano essenzialmente la parte egoica, si uccide di essi la parte più profonda e libera. Tutto questo ha dei costi nel sociale e dà vita a nuove forme di disagio nella civiltà.

Concludo con un accenno alla storia, credo emblematica rispetto ai temi trattati, di uno scrittore importante nel mio percorso. Si tratta di un intellettuale che ha compiuto un lavoro di estrema resistenza contro i dispositivi di integrazione del desiderio nei bisogni predisposti dal Capitale. Questo scrittore è Luciano Bianciardi. La sua opera sta vivendo in questi ultimi anni una nuova stagione e la sua figura di intellettuale è oggi rivalutata dopo decenni di quasi oblio. Bianciardi è un “cattivo profeta”, un maledetto che ha provato in tutti modi ad agire con coerenza, sfidando la paura di desiderare (Guidi, 2017)5.

Nel suo libro più famoso, “La vita agra”, compie il tentativo di dare voce al soggetto del desiderio. Bianciardi mette nero su bianco il suo progetto, di cui si sente profondamente il proprietario legittimo. Noi lettori prenderemo coscienza di quanto tra le righe del romanzo si cela della verità dell’uomo Bianciardi, ripercorrendo la biografia dello scrittore. Il successo in termini editoriali del suo libro corrisponderà, di lì a pochi anni, al suo fallimento esistenziale. Dopo pochi anni dall’uscita del suo romanzo, Luciano Bianciardi muore a seguito di una cirrosi fulminante. Si produce in lui un cortocircuito etico che in pochi anni lo uccide: la sua opera d’arte, uscita dalla sua penna, scava dentro di lui un solco, segnando una distanza tra il suo progetto iniziale e il suo oggetto realizzato che diventa prodotto di consumo culturale. La sua rivoluzione, così presente in tutto il testo, diventa il suo contrario, cioè un lento cedere all’integrazione. Bianciardi urla la sua rabbia ad un pubblico che non lo prende sul serio, piuttosto sorride delle sue invettive e lo applaude. Sulla strada che lo porta al cospetto di ciò che sempre ha rifiutato, la società borghese, il reale del corpo rimane il solo a lottare, agitandosi fino al punto di piegarsi alla forza del suo male: l’alcolismo. L’alcool con il quale Bianciardi forse avrebbe voluto infiammare il “torracchione”, il simbolo del potere (il palazzo sede della Montecatini SPA), alla fine brucia lui. La tragedia della miniera ed il sentimento di vendetta, punto di partenza della sua rivolta interiore, diventano a poco a poco una farsa nel romanzo. Ma la tragedia ritorna a farsi strada manifestandosi nella vita reale dello scrittore. Neanche la scrittura può più salvarlo.

La letteratura è una metafora della vita. Ogni lettore può identificarsi, pensarsi come se fosse il protagonista di un romanzo. Nella civiltà del narcisismo questa operazione di rispecchiamento garantisce allo scrittore un certo successo di pubblico. La costruzione del personaggio giusto fa vendere un romanzo e se la vita del personaggio assomiglia alla nostra, ancora meglio. E’ il mercato che lo chiede. Ma in alcuni rari casi lo scrittore, pensando di scrivere un semplice romanzo, compie un atto analitico e rompendo i confini della la metafora scrive il proprio testamento, segnando il limite oltre al quale non sarà più possibile andare con la propria scrittura.

Dopo aver scritto “La vita agra”, Bianciardi sbanda: mentre riceve il massimo del riconoscimento come scrittore, comprende di non essere capito e nel tentativo di smarcarsi dal personaggio che lo rappresenta prova quel dolore che più che a vivere lo costringe a sopravvivere. Cercando la sua strada fuori dalle pagine del suo libro più importante, disperato, va incontro al reale della morte.

Credo che la storia di Luciano Bianciardi racconti qualche cosa che riguarda molti lavoratori impegnati quotidianamente nell’economia della conoscenza. E’ forse un monito per tutti loro (noi) a non chiudersi nella solitudine egoica dell’intellettuale, rinunciando ad assumersi la responsabilità di esistere nel sociale e contemporaneamente di resistere come soggetti.

2W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi Torino 2000

3F. Chicchi, Soggetiività smarrita. Sulle retoriche del capitalismo contemporaneo, Bruno Mondadori Milano 2012

4F.Chicchi e G. Roggero, a cura di, Lavoro e produzione del valore nell’economia della conoscenza. Criticità e ambivaleze della network culture, n.115 della rivista “Sociologia del Lavoro, Franco Angeli Milano 2009

5A.Guidi, I sette peccati capitali nella società attuale, Edizioni ETS Pisa 2017. In questo testo Alessandro Guidi affronta esattamente il tema della paura del desiderio come origine del maligno. Il male è originato dalla rinuncia al vivere pienamente la propria verità la quale è in conflitto con un destino che supponiamo segnato e ineluttabile. E’ al centro la questione dell’etica del soggetto la quale si pone in opposizione ad una morale che prefigura un destino collettivo (di uguaglianza costruita sulla rinuncia) definito all’interno del discorso del capitalista. Nel confronto tra etica e morale emerge la possibilità del cambiamento nel sociale.

2 Comments

  1. Caro paolo ho letto con molta attenzione e coerente lentezza tutta la prima parte,che necessita di soffermarsi a dovere. La ritengo meritoria e sicuramente dovrò ripassarmela per leggere negli anfratti quel che vuoi dire fino in fondo.La struttura portante mi appartiene, e.per fortuna,rileggo in ciò scrivi un supporto alla mia reticenza nel rilasciare la mia personale creatività,che troppe volte e troppo bonariamente o ingenuamente nei tempi passati mi son lasciato succhiare:negli affetti e nel lavoro.Nel lavoro,negli ultimi tempi,come sai,perdute le motivazioni,mi salvo astenendomi dal dare(creatività e fisicità,idee e presenza) ,boicottando senza far danni,ma cercando di non essere risucchiato in meccanismi che, alfine, sono pienamente dentro ai meccanismi capitalisti,a dispetto delle intenzioni iniziali della cooperazione sociale,o quanto meno,dell’idea che ne avevo.

    Molto interessante e acuta la lettura che dai degli scritti di Bianciardi. Al riguardo posso suggerirti di mandarne copia alla figlia Luciana presso la sua casa editrice? Non so perchè ma penso che ne sarebbe contenta.
    settimana scorsa c’era un articolo su Luciano nel Venerdì di repubblica,l hai vista? ce l’ho,ma ancora non l ho letta.Mi propongo di farlo domani dopo la tua sollecitazione.
    Grazie e buonanotte.

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  2. Caro Claudio, grazie per il tuo commento. La prima parte del mio articolo vuole essere una denuncia sull’utilizzo indiscriminato che si fa oggi di parole che contengono quella che oserei chiamare sacralità, in senso laico naturalmente. Conosco, perché me ne hai parlato e perché ne ho fatto a mio modo esperienza, la fatica di custodire la propria creatività per non svilirla facendo di essa qualcosa di strumentale ad uso e consumo di altri. Credo che qui risieda il nucleo di ogni forma contemporanea di resistenza. Ti ringrazio per il tuo apprezzamento sulle cose che ho scritto su Bianciardi. Condividiamo la passione per questo scrittore e le sue opere oggi sono di estrema attualità. Penso che seguirò il tuo consiglio e invierò qualcosa alla figlia e alla Fondazione. A presto. Paolo

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