Il sociale al lavoro

 

La sociologia, nella sua attuale residualità, trova spesso riparo e conforto nell’avanzare teorie, definire metodologie e nel costruire analisi in un ambito dell’economia che l’uomo comune considera di scarso rilievo: il non profit. A molti sociologi interessa intervenire in questo ambito, senza discutere troppo sulle premesse, ovvero sul proprio desiderio di esporsi nel sociale rispetto a questo tema. Per una certa categoria di sociologi, il sociale ha un legame stretto con il non profit.

Sul tema del non profit è stato scritto molto, ma c’è un testo che negli ultimi anni mi ha colpito sin dal titolo: “Contro il non profit”, libro scritto da Giovanni Moro e uscito per l’editore Laterza nel 2014. Un titolo forte. Nella mia esperienza passata di operatore sociale e di amministratore di una cooperativa sociale più volte mi sono trovato a riflettere e conseguentemente ad agire come soggetto del mondo non profit. Ho assistito a molte formazioni in cui si respirava il senso di appartenenza alla “parte giusta”, quella dei buoni. Ho messo la mia faccia, a volte ho parlato pubblicamente, in difesa di un qualcosa nel quale ho investito tempo ed energie: quel qualcosa è il lavoro sociale. Ad un certo punto però quel lavoro sociale mi ha messo di fronte una serie di questioni che nel tempo mi hanno portato a prenderne le distanze, ad osservare e in qualche modo a produrre riflessioni sul lavoro sociale e contro il non profit. Queste riflessioni erano e sono il frutto di esperienza personale, segni sul corpo al lavoro, ma erano e sono il risultato di una osservazione sociologica, cioè il frutto di un analisi dei processi micro (di contesto) e di quelli macro (istituzionale) nella loro interazione, con-fusione.

Nel testo di G. Moro il coraggio, l’enfasi del titolo si spengono subito nella distinzione che compare nelle prime pagine tra il non profit vero, quello buono diciamo e un non profit falso, truffaldino, quello del marchio impresso ad attività che generano profitto sfruttando “l’alone di benemerenza” (cito l’ultima di copertina del libro) dato dall’appartenenza fittizia ad un terzo settore dove all’opposto si pratica la vera solidarietà. Ho molti dubbi che questo confine tra il vero e il falso non profit sia così marcato e tracciabile, piuttosto penso si tratti di affrontare la questione all’interno di un discorso, quello economico, che si costruisce su differenti livelli di richiesta al soggetto di implicazione sul piano etico nel processo produttivo.

Parto da qui: se si ragiona in termini di profitto come è possibile legare il sociale e l’economico? Esiste l’economia sociale? Migliaia di pagine possono fornire una risposta su un piano teorico. Nella pratica si può osservare che se un legame si costruisce tra l’economico e il sociale non può che rendersi visibile nel lavoro-sociale perché è da esso, il lavoro appunto nel sociale, che l’economico può produrre plus valore (quindi fare economia…). Il lavoro sociale è quindi il tema, non la distinzione tra il profit e il non profit. Perché sia l’uno che l’altro agiscono all’interno di un unico processo, quello di produzione di plus valore, che li vede distinti sulle forme che essi danno alla gestione dei mezzi di produzione. Può esistere quindi nel settore dell’economia, un profit più sociale e un non profit meno sociale, ma di questo potremmo non esserne consapevoli finché non entriamo nel merito della gestione dei mezzi di produzione. E a ben guardare se il mezzo di produzione nel non profit è il corpo del lavoratore, la sua persona con le sue capacità relazionali, intellettuali (non solo cognitive) e sociali è più probabile che nel momento in cui queste proprietà devono produrre plus valore il loro sfruttamento produca un logoramento, una consunzione proprio nel sociale molto maggiore rispetto a quanto invece può darsi in un contesto di produzione dove la parte alienata del lavoratore è molto circoscritta e di essa si ha più consapevolezza nella sua gestione. Quando parlo di logoramento, non mi riferisco semplicemente alla dimensione dello stress e del burn out, fenomeni che nascono da spostamenti fisiologici di una linea di confine tra lavoro alienato e non: il logoramento è insito nel processo di progressiva invasione dell’economico nel sociale che appartiene (proprietà) al lavoratore e di cui solo esso è responsabile. Lo stress è una risposta sana ad una domanda legittima che si fa pressante e il problema è la gestione di uno stress eccessivo. Il logoramento di cui parlo avviene sotto forma di cortocircuiti, richieste di adesione ad un idea di sociale che nasconde la natura di scambio economico (do ut des) del rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Questa invasione nel lavoratore-sociale, avviene attraverso dispositivi a porta girevole dove il lavoratore si trova a rincorrere la propria identità tra l’economico e il sociale che divengono l’uno la compensazione dell’altro nelle loro reciproche mancanze. In questo senso il lavoratore-sociale è invaso (invasato) ed è per questo che vive in modo differente la dimensione della cessione di una parte del suo tempo di vita dedicata al lavoro in cambio di una retribuzione adeguata (contratto). Questa domanda di adesione del datore di lavoro (che nega la sua posizione, nascondendosi in organizzazioni che appaiano all’esterno il più democratiche possibile come le cooperative) è illegittima: anzi è malata in quanto paradossale. Riconoscere il paradosso nel quale il lavoratore sociale è implicato non è immediato e non è scontato: egli è a pieno titolo (lo è sulla carta) un lavoratore, ma vive nell’impossibilità di alienare solo quella parte di sé che corrisponde a ruolo e funzione. Perché questo non è possibile? Perché ciò che deve cedere è appunto il suo sociale in nome di un sociale al quale si attribuisce un valore superiore. Il Sociale comanda sul sociale.

Ma il sociale non è un valore in sé, il sociale è una qualità che appartiene ad ogni soggetto nel momento in cui mette in gioco la sua differenza con l’altro, non la sua identificazione. Al lavoratore-sociale è invece richiesto l’annullamento di questa differenza in nome di una adesione ad un sociale con il quale deve identificarsi. Una supposta utilità del sociale che si sviluppa attraverso una pratica di legami di identificazione che sono la forma contemporanea del lavoro sociale, a mio parere va messa in discussione. Il sociale è fatto di inutile e di convivenza nella differenza. Se dal legame sociale scaturisce una utilità, questo legame prende una forma diversa, diventa un legame di interesse economico.

La vita delle organizzazioni non profit spesso coincide con quella produttiva di coloro che le hanno create, non superando quindi i 30-40 anni di permanenza sul mercato del Sociale. Oltre a questo dato, sono due i temi più difficili da trattare in queste organizzazioni: il ricambio generazionale e lo sviluppo di forme di governance che sostengano il marchio di distinzione che fa di esse vere imprese sociali. Nel lavoro sociologico, porre l’attenzione su queste tre dimensioni problematiche (il tempo / il ricambio generazionale / la governance) separando questi ambiti da quanto vive sul proprio corpo il soggetto-lavoratore-sociale ovvero portare l’analisi su un piano di metafisica del sociale (il sociale supposto, immaginato e non quello reale) e travestendo questa metafisica da elaborazione e sviluppo di una nuova forma di economia è un gioco che può legittimarsi solo aderendo ad un interesse di tipo profit. Quindi fare sociologia del non profit può essere profit. E’ un profit molto residuale, quasi una forma di benefit che il non profit concede volentieri a chi lo sostiene. Lascerei, da sociologo, questa parte agli economisti. Al loro senso del pudore (là dove esiste…) nel sostenere la scelta di imprenditori che decidono di indossare un vestito non profit per le loro attività… profit. Al sociologo piuttosto dovrebbe interessare di più la fisica del sociale, dove i fatti sociali hanno un corpo che corrisponde sempre a quello segnato dalla fatica dei soggetti che lo portano. Soprattutto quando sono corpi al lavoro.

 

3 Comments

  1. Stavolta sottoscrivo da capo a fondo tutto quanto.Ripeto un pensiero che credo di averti già espresso:
    la cooperazione sociale,nel suo insieme,contrariamente ai propositi iniziali di alternativa al sistema economico dominante,oggi ne è a tutti gli effetti dominata.In poche parole la coop.sociale è lo strumento privilegiato dal capitale per ridurre diritti e salari mantenendosi l’aureola santa del benefattore.Un po’ come il credente che sfrutta il lavoro altrui ( perchè denaro è denaro e la religione un’altra cosa) e poi fa beneficenza . ciao ,grazie

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  2. Sapendoti interessato -anche- di immaginario e di narrazioni, ti segnalo questa nuove serie, The Resident, un medical drama che mette in scena lotte di potere, conflitti individuali e logiche di sistema che accompagnano la normale vita di un’ente sanitario (soprattutto in una società a capitalismo maturo, cioè selvaggio). Personalmente ci ho ritrovato le tue parole https://vcrypt.net/opencryptz1/p8Nu7mm4Y3zHk6EkXqyjDlAB_ppl_vidDp_sll_MeWeYNqtaX0qS_ppl_eU44nvE9PKyq_sll_W1I97t
    Ciao

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