Occorre avere buona memoria (ovvero risposta di un sociologo all’articolo “Il sociale al lavoro”)

Questo articolo è stato scritto dal Dott. Stefano Cifiello, psicologo e sociologo dirigente presso l’ASL di Imola (Bo) e socio-collega presso l’associazione Legami Sociali. E’ una riflessione che  mi ha inviato in questi giorni in risposta al mio articolo “Il sociale al lavoro” pubblicato sul sito il 21 marzo scorso.  Ringraziandolo vi auguro buona lettura.

L’affiancare operatori del cosiddetto Privato sociale alias Terzo settore a quelli pubblici, assunti a tempo indeterminato o come si dice di ruolo, è una modalità vetusta e discutibile di flessibilità del lavoro che, se oggi purtroppo è comune a tanti, troppi segmenti produttivi, già da tempo era attivata per le attività assistenziali o di sostegno sociale. Affronterò questa tesi soprattutto privilegiando il disporsi diacronico degli eventi, rispetto al suo strutturarsi sincronico.

E partirò da lontano, precisamente quando nella seconda metà/ fine dell’Ottocento, col nascere del Regno d’Italia, si contrae, a seguito della spinta unitaria, la funzione caritatevole tradizionalmente svolta dalla Chiesa cattolica con le Opere Pie (i ricchi lasciavano alla Chiesa per Carità quote o interi immensi patrimoni, per assicurarsi un buon viatico) e si assiste alla progressiva laicizzazione dell’azione d’assistenza sociale rivolta:

  • ai malati mentali / alienati in tutte le manifestazioni ben incerte allora, come oggi;

  • ai malati incurabili: ciechi, sordi, e a tutte quelle tipologie indefinite e spesso indeterminate di malformazioni o di handicap;

  • e a tutta quell’enorme platea di individui, allora non proprio persone: i poveri, i miseri, i tapini.

Già in questa fase storica la Sanità e l’Assistenza sociale sembrano seguire vie differenti, col malato mentale a fare da legame o collegamento o intermezzo fra questi due macro-settori, in quanto presenta caratteristiche comune a entrambi.

Da un lato, s’assiste così alla diffusione degli Ospedali per infermi o Nosocomi (specializzati per malati cronici e/o incurabili, da un lato, o generici, di comunità, diremmo oggi, dall’altro). Si trattava d’apparati organizzativi centrati sulla competenza medica, e su pochi supporti ausiliari a questa, rivolti ai bisogni di salute della cittadinanza. Tali strutture ricevevano il sostentamento economico, ancora da lasciti di Benefattori laici (che precedentemente donavano alla Chiesa), ma anche dalle Amministrazioni Comunali e soprattutto dai singoli cittadini più o meno abbienti, che usufruendo dei servizi ospedalieri pagavano la degenza, in alcuni casi intaccando significativamente il loro patrimonio.

Dall’altro, si manifesta la funzione d’Assistenza sociale. Alcune Amministrazioni pubbliche per lo più comunali, scelsero di attivarsi in modo imprenditoriale, 1) per assistere chi era bisognoso d’intervento, creando nel loro territorio Istituti, 2) ma allo stesso tempo per dare lavoro ai loro concittadini, anche donne (si chiameranno Inservienti), che lavorando lì avrebbero potuto disporre di un reddito. Alcune di queste Istituzioni furono da subito imprese che posero al primo posto il miglioramento delle condizioni economiche dei cittadini dei Comuni ove sorgevano, piuttosto che degli Ospiti (chiamavano così i degenti inseriti negli Istituti). L’azione d’aiuto sociale nasce innegabilmente come attività profit, senza la presenza di erogazioni economiche statali, anche se col solito aiuto della Beneficenza laica. Alcune delle precedentemente citate Opere pie, seguirono anch’esse il medesimo percorso.

Profit nel senso che, se queste strutture non presentavano un Bilancio attivo dal punto di vista economico, se non amministravano bene, ad esempio, le rette che ricevevano dai Comuni di residenza originale degli Ospiti, erano guai grossi. Perciò le condizione degli ospiti erano più che disagiate, e solamente alcune Istituti illuminati si attenevano a norme igieniche e etiche. Si trattava di risparmiare molto per sopravvivere, anche se ben presto negli Istituti e nei Manicomi più grandi (li accumuniamo qui forse impropriamente) una certa economia di scala consentirà entrate notevoli, raramente reinvestite su benessere degli stessi Ospiti. Quei bravi direttori/ imprenditori dell’assistenza alla fondazione di una struttura di successo, ne facevano seguire un’altra simile e via di questo passo, implementando in alcuni casi dei veri e propri Distretti assistenziali.

È importante ricordare che queste strutture assistenziali e i Manicomi (a differenza ad esempio dei Sanatori per la Tubercolosi) furono quelle che oggi abbiamo imparato a chiamare Istituzioni Totali. Le ricordiamo a stento o come un male ormai passato o da dimenticare, ma furono il frutto della produzione ideologica di medici e d’amministratori pubblici, che costrinsero nella maggioranza dei casi altri (Ospiti e Inservienti) a sofferenze enormi. Ci furono delle scelte economiche e di sviluppo locale alla base di un tale concentrato di sofferenze, accanto all’idea ottusa che quello che si stava facendo avesse una giustificazione scientifica. I pochi ex operatori sociali, che ancora oggi ricordano tali orrori, se non possono negare la sofferenza degli ospiti ricoverati nelle strutture totali, purtroppo tendono a dimenticare la sofferenza di chi lì vi lavorava, anzi implicitamente li ritengono colpevoli, forse anche i veri aguzzini. Ma non fu così. Molti operatori, se non tutti, furono vittime delle Istituzioni totali, né più né meno degli Ospiti. In quanto psicologo, ho avuto in consultazione persone, ex operatori di tali Istituzioni, che ricordano ancora con orrore quanto furono costretti a fare o veder fare.

Contro tale visione, contro l’Istituzionalizzazione, anche nel suo aspetto economico, si scagliò con forza rivoluzionaria col finire degli anni 60, inizio 70 la grande massa delle nuove generazioni e delle nuove professioni, che si cominciavano a diffondere nei servizi, guidati da politici e amministratori illuminati, che divennero i rappresentati del nuovo sentire, più che del sistema di potere fino a quel momento consolidato. Dobbiamo sempre ricordare (e forse anche ritrovare) l’enorme forza innovativa, che animava la politica e gli operatori dei servizi in quegli anni e che portò all’introduzione del SSN, cioè all’intervento diretto dello Stato alla gestione della Sanità e più lentamente dell’Assistenza.

Per la prima volta il punto centrale fu che se il singolo era bisognoso aveva il diritto di essere aiutato. Insomma in quegli anni il singolo cominciava a essere un Cittadino (con diritti e doveri singoli e inalienabili) e non più solo l’appartenente a una famiglia e come tale definito da un censo.

In qualche modo in quegli anni anche in Italia l’intervento sanitario e assistenziale procedeva, si ammodernava, cercava di allinearsi con quanto accadeva negli altri Stati occidentali, in cui le politiche di Welfare avevano una storia già ventennale, ben certi però che in Italia da sempre l’assistenza sociale ha segnato un po’ il passo rispetto alla sanità.

Se le Istituzioni Totali erano un modello Profit, tutto il movimento Anti-istituzionale, che ha portato progressivamente alla statalizzazione dell’assistenza sociale e sanitaria, rappresentava il suo opposto. L’intervento economico a pioggia dello Stato determinò per anni l’assenza di un controllo sulle risorse e sui costi. Le prestazione per la prima volta erano totalmente gratuite, ma con uno scarso o nullo controllo economico.

La successiva Aziendalizzazione delle Unità sanitarie locali, e la trasformazione degli altri Enti di assistenza, la fase che stiamo vivendo ora, sta producendo, visto il costo sempre maggiore della produzione di tali servizi, una progressiva contrazione di quanto erogato, piuttosto che un miglioramento del modello d’efficacia e d’efficienza degli stessi.

Non certo qui ci si può dilungare nel vaticinio degli eventi futuri, vale sottolineare però un aspetto centrale: se in questi settori si determina una caduta della motivazione al lavoro sociale e sanitario degli operatori, ne viene condizionato potentemente il benessere lavorativo e quello dei fruitori dei servizi.

Vale sottolineare qui un’altra differenza fra lo sviluppo storico dei servizi sanitari e di quelli sociali. Prima ancora degli attuali fenomeni di Aziendalizzazione, la necessità di provare a tenere sotto controllo la maggiore voce di spesa: il personale (e questo di per sé la dice lunga sul valore che la Risorsa umana ha in questi servizi) ha avuto come punto di forza (lo diciamo paradossalmente) la distinzione degli operatori fra quelli più qualificati e pagati: i dipendenti di Enti pubblici, a cui si accedeva per concorso, e la vastissima pletora dei dipendenti dell’impreciso e imprecisato mondo del Privato Sociale/ Terzo settore, che lavoravano in convezione per gli Enti pubblici; con costi e qualifiche inferiori. Un po’ come accadeva nell’antica Roma, in cui le Legioni, per secoli vennero ausiliate da altre truppe di minore qualità, di minore valore e soprattutto di minor costo.

In Sanità in modo meno evidente (oggi però si assiste anche a questo), ma nelle Attività assistenziali, ciò avvenne e avviene con forme direi totalizzanti. Questa distinzione determinò, in una prima fase, il concentrarsi dei dipendenti pubblici nei ruoli direttivi e quelli del Terzo settore in quelli esecutivi. In seguito, all’aumentare dei numeri delle persone in gioco, si arrivò a formare un’alleanza strategica fra i quadri dirigenti del Privato sociale e quelli del Sistema pubblico. A far da vaso di coccio, fra vasi di ferro, gli operatori sotto-pagati (e anche in alcuni casi con una minore previdenza sociale) del Privato sociale.

I quali, costoro, a tale condizione hanno potuto rispondere, come abbiamo sopra accennato, con l’unico strumento a loro disposizione: l’estinzione della loro motivazione al lavoro.

Non mi sembra centrale il tema del Profit e del Non profit, non si tratta della distinzione fra l’Istituzionale del pubblico e l’Anti-istituzionale del Terzo settore, della messa in gioco della propria motivazione all’aiuto sociale, rispetto alla certezza economica del lavoro fisso nel Pubblico. Ci troviamo di fronte alla continua lotta fra sfruttati e sfruttatori, fra categorie/ professioni deboli e quelle forti, fra chi è definito e chi definisce. Si torna, nella non lunghissima storia dell’assistenza e della sanità in Italia, alla rivalità fra chi dispone e chi subisce l’ordine e lo deve portare a termine aldilà delle conseguenze personali e sociali.

L’operatore sociale di oggi del Terzo settore, forza lavoro presente sul mercato per alleviare l’impegno del più qualificato e pagato dell’operatore pubblico, si riprende in pieno la funzione che l’inserviente dei Nosocomi e degli Istituti già svolgeva forse un centinaio di anni fa: il ruolo di esecutore sofferente della violenza che le classi agiate, nuove o vecchie, che siano, impongono alle altre.

Oggi la Medicina torna ad imporsi, come già nell’800/900 regina delle scienze, in opposizione al processo tentato con la creazione del SSN basato sul miglioramento e la differenziazione delle competenze professionali.

Un cerchio sembra chiudersi, un ritorno al passato si manifesta, salvo che le Istituzioni contro cui il cittadino impatta oggi non sono più quelle Totali e reclusive, ma sono Assenti. Oggi si assiste al ritirarsi delle istituzioni su se stesse. In linguaggio tecnico si manifesta l’Autopoiesi istituzionale: le istituzioni sembrano servire solo a se stesse.

Non mi dilungo in esempi, ma chiunque si è trovato nelle necessità di un aiuto da parte del Sistema sanitario o Assistenziale si sarà chiesto almeno una volta, non sempre, dopo ore di attesa al Pronto Soccorso, o ricerche spasmodiche di medici per ottenere una diagnosi affrettata, dopo scelte gravose e esiziali che com’è, come non è, sono ricadute sul parente e non sul sistema di cura e di assistenza: “Ma siam proprio sicuri che debba essere così’?”

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