La fantasia del selezionatore e il suo potenziale

Nel lavoro di oggi la forma prevale sulla sostanza. Quale sia la sostanza contenuta in queste forme risulta essere sempre più secondario. Perché il lavoro di oggi si alimenta di immaginario, producendo valore più da ciò che promette che da ciò che fa veramente: più da quello che muove come prospettiva che da quanto realmente produce come cambiamento nel qui ed ora. Si tratta di un lavoro in cui la promessa e di conseguenza la fiducia che essa si realizzi, fa la differenza.

Molti nuovi lavori, cresciuti nel vasto campo dell’immateriale, promettono qualcosa che non avrà evidenze oggettive (non ora, forse poi) in quanto il loro valore sarà evidenziato all’interno di una costruzione narrativa, che risulterà più o meno convincente agli occhi e alle orecchie del cliente. Il valore del lavoro sta all’interno della sua comunicabilità. Il gesto perde valore, se non c’è un medium che si occupi di tramandarlo, narrarlo, descriverlo nella sua unicità. Dentro il gesto se non c’è una storia da raccontare non c’è qualcosa di valore. Nelle fabbriche, spente le luci, occorrono ora riflettori e amplificatori per cogliere qualche residuo dell’epica operaia passata. Così in tv, quando non è la cronaca a parlarne, sulla fabbrica abbiamo trasmissioni che ci raccontano di una certa sapienza nel selezionare le mele della giusta misura da mettere nelle cassette per i supermercati e del gesto magistrale dell’operaio del caseificio che impasta mozzarelle filanti, prodotto dell’eccellenza italica. Per il resto parlano le macchine. Questa la fine dei vecchi lavori, che si fanno in silenzio e per i quali, senza i riflettori e telecamere, sarà difficile riesumarne quella dignità che un tempo portava la classe operaia in Paradiso. I nuovi lavori, che si sottraggono a questo silenzio narrativo della catena di montaggio, possiedono un’aura di magia che è inscritta nelle parole inglesi che li definiscono. Parole come HR manager, insurance broker, management consultant o personal trainer, destano la curiosità delle nuove leve che entrano nel mercato del lavoro. La lingua inglese che rompe i confini nazionali aprendoci a prospettive occupazionali di respiro internazionale contemporaneamente apre spazi di indefinitezza dove immaginiamo (il sogno) una libertà di azione che prima, incastrati come eravamo nella linea di produzione taylorista, non avevamo. Nascosto in queste forme nominalistiche, il lavoro diventa un luogo come un altro in cui costruirsi spazi di riconoscimento. Nella definizione “essere imprenditori di sé stessi” vi è il suggerimento di costruirsi bene quegli spazi nei quali qualcuno potrà riconoscerti. Si tratta di un riconoscimento sui generis, dove la narrazione di sé prevale sulla produzione di qualcosa di tangibile, che poi sia un oggetto o una pratica specialistica poco importa.

Il colloquio di selezione per il lavoro di oggi contiene sempre questa domanda: potresti raccontarci chi sei? Il candidato di fronte a questa domanda potrà sentirsi più o meno spiazzato a seconda se la sua storia è la risultante di pratiche dove la parola è stata subordinata all’azione oppure, viceversa, potrà sentirsi a suo agio se ha avuto modo di costruire la sua carriera comunicando, relazionandosi con gli altri, parlando di ciò che fa. La misura del potenziale, così la chiamano in gergo, passa dalla comunicazione di sé, sul sapersi raccontare. La narrazione di sé (che spesso diventa un parlarsi addosso) aiuta il selezionatore ad individuare nel candidato un potenziale nemico o un eventuale alleato. Tanto che il candidato si può dire abbia fatto un buon colloquio quando ne esce come una forma dilatata svuotata: un contenitore disponibile ad essere riempito dalla sostanza di chi lo assume. Se l’azienda ha qualche dubbio che il candidato non sia ben svuotato, potrà accedere ad una certa formazione dopo essere stati assunto: formazione che lo potrà aiutare a liberarsi da eventuali residui di pensiero autonomo.

Acquisito il riconoscimento dal selezionatore resta da sondare la competenza del candidato. Ma non è molto importante spesso, perché quello che conta è fare uscire il suo potenziale. Ovvero, come dicevo, quanto si è pronti a dilatare la propria forma per accogliere la sostanza che propone il datore di lavoro. La competenza è nell’affidarsi a questa sostanza e lasciarsi guidare da essa. La selezione, come passaggio necessario all’ingresso in azienda, è una sorta di spazio amniotico dove avviene una gestazione di un uomo nuovo che può crescere se sa ascoltare più che dire. Il riconoscimento in fondo è un affare che appartiene ai due momenti decisivi dell’essere umano: la nascita e la morte. Quando nasci l’ostetrica informa i convenuti (a volte anche la madre è presente se non anestetizzata) del tuo stato di salute e quando muori un medico certifica che tu sia effettivamente morto. In entrambi i casi, non hai voce in capitolo e non potrai dire come stai. Un silenzio, rispettoso del momento che è comunque importante celebrare, è il modo migliore per essere riconosciuto da qualcuno. Quel qualcuno sta facendo del suo meglio e ricorda che prima o poi toccherà anche a te essere quel qualcuno per qualcun altro: quindi non crederti un fenomeno. Il selezionatore è lì per ri-accenderti e semplicemente ti pone delle condizioni: la più importante è quella di esprimerti partendo dalla rinuncia a cercare di farti conoscere per ciò che sei. Non gli interessa. Che poi, se ci pensi, forse non lo sai nemmeno tu chi sei. Aderire a questo è il primo passo per essere occupato, come un territorio che, se non si presenta come ostile, potrà godere di qualche beneficio da parte dell’occupante. Quando sarai occupato, avrai nei tempi stabiliti, la tua fetta di torta.

Un tempo il lavoro era un territorio sconosciuto, sacro, un posto da esplorare: era più che un lavoro un mestiere nel quale erano custoditi i misteri che rendevano unica la mano di chi li faceva. Oggi è diventato un posto dal quale esporsi fuori, al pubblico: che dirà sì o no alla tua esibizione. In questa società dello spettacolo (che poi chi ride?) il mezzo di produzione sei tu, ma per quello che potenzialmente potresti essere, non per quello che sei. La vita quando è veramente vissuta riduce per fortuna il potenziale, compiendosi come ciclo. Questo è l’essere umano. Ed è un bene che sia così. Perchè quando il ciclo si chiude sarà un uomo intero e non il pensiero di cosa poteva ancora essere a cedere la sua esperienza a chi resta.

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