Sul romanzo “I Buoni” di Luca Rastello

 

In queste ore ho finito di leggere il romanzo “I Buoni” di Luca Rastello.

Tranquilli, non sono un critico letterario e non intendo fare una recensione di questo libro: altri più competenti ne hanno parlato da questo punto di vista. Mi rimangono però addosso delle sensazioni da questa lettura che mi portano in qualche modo a dire qualcosa di quanto è contenuto nelle pagine di questo libro. Perchè questo libro evidentemente mi riguarda, come credo riguardi tanti che come me hanno lavorato nel sociale.

In sintesi direi che è un libro che parla del godimento di molti tra operatori sociali, cooperatori, preti e volontari nello stare dalla parte dei buoni. E di come questo godimento portato agli estremi dentro un sistema che remunera (con soldi e riconoscimento) chi sta dalla parte dei buoni, faccia scivolare costoro verso il lato opposto dove stanno “i cattivi”. Ad avvallare il comportamento, ossia le pratiche che producono il godimento nei Buoni (uso la maiuscola perché è così che è nel titolo del testo), la presenza discreta di un grande capo che si erge a detentore-vicario del Bene. Il suo è il Bene del Sociale. Che io chiamo il sociale-al-lavoro.

Una qualità, così avevo definito il sociale in un articolo precedente: una qualità che segna una differenza tra l’io e l’altro. In questa differenza, intesa come spazio di gioco, l’io e l’altro danno vita ad un legame sociale.

Nel sociale-al-lavoro questo spazio si annulla: alla prossimità si sostituisce l’identificazione con l’altro. Questo processo è necessario affinché si crei un corpo aggregato, unico, in grado di presentarsi nella società/mercato come entità portatrice di un interesse superiore, che poi è il bene di tutti.

In questo processo di aggregazione, lento ma inesorabile, si azzera la singolarità di ogni legame sociale e prende forma il dato, quella quantità di numeri che giustifica l’esistenza di un Sociale che trae la sua legittimità ai nostri occhi in quanto collocata ad un livello superiore (il Sociale vs il sociale) rispetto al sociale espresso dalle nostre singole istanze soggettive. Del sociale rimane sempre una qualità (un resto) anche quando, facendo violenza su di esso, se ne ricercano le evidenze quantitative, quei tratti che messi in comune diventano categorie, target e sono da supporto alla ricerca di un utile.  Il sociale continua, nonostante tutto, a lavorare nel soggetto (inconscio).

Il sociale-al-lavoro è, come in tutti i processi di produzione di un utile, fatto di tempi e metodi, di imput ed output, che danno vita un prodotto valutato, documentato, comunicato e acquistato. Come si svolge il processo di estrazione di valore da una qualità in sé inutile per farla diventare quantità utile è il tema sul quale la sociologia dovrebbe incentrare la sua analisi quando affronta la questione del sociale-al-lavoro. In questo senso il percorso di analisi della sociologia dovrebbe compiere un doppio sforzo, se da una parte il suo sguardo andrebbe puntato sul sociale come differenza che caratterizza ogni singola unità, dall’altra parte l’insieme di queste differenze sociali declinano in quel corpo indistinto e non rappresentabile che tutti chiamiamo “società”, ovvero quell’entità di cui ognuno può narrare, discutere, solo come sua rappresentazione. Per ovviare a questa inutilità del sociale, si è aperto uno spazio discorsivo dove il sociale è al lavoro per raggiungere l’obiettivo di ricomporre una supposta società (qualcuno si accontenterebbe anche di una semplice comunità).

Il sociale-al-lavoro vive nella continua necessità di produrre immaginario. Perchè è nell’immaginario che si cela il plus valore con il quale esso può vendersi. Senza questo immaginario, il sociale rimarrebbe nel suo stato di in-utilità (mantenendo la sua qualità intrinseca). Il sociale-al-lavoro è produttore di immagini che mirano ad ottenere lo status di simboli (il brand). Creare simboli nell’epoca della crisi del simbolico è garanzia di successo. Ne sono un esempio quelle campagne mediatiche lanciate da religiosi a capo di grandi organizzazioni di volontariato i quali, utilizzando un linguaggio visionario (evocativo, creatore di immagini), cercano un forte impatto su un pubblico che, affamato di simboli, si affretta ad aderire. Si tratta di una chiamata ad un simbolico che ha una forma apparentemente laica, in quanto non disegnato in nome di un dio del quale ci si fa portavoce, ma costruito come progetto di una società migliore.

Nel retro di copertina del libro di Rastello queste parole: “I Buoni lottano per salvare il mondo. Le loro crociate si chiamano “progetti”, il loro dio è la legalità”. Niente da aggiungere, se non che al termine “legalità” affiancherei “progetto di una società migliore”. Una società dove a comandare ci sono i Buoni e non i semplici mortali.

Non ho conosciuto Luca Rastello, ma credo di averlo conosciuto in qualche modo. Lo ringrazio, ovunque sia dopo la sua morte, per questo libro importante.

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