L’espulsione dell’altro al lavoro. I limiti del concetto di mobbing

Ognuno di noi è stato, almeno una volta, coinvolto come protagonista o testimone in dinamiche conflittuali sul posto di lavoro. In alcuni casi questi conflitti assumono una forma particolare in quanto vengono deliberatamente scatenati da uno dei contendenti con un obiettivo preciso: allontanare, espellere l’altro.

Gli psicologi del lavoro chiamano questo fenomeno: mobbing. La legge, quella dello Stato, assumendo quanto affermato dalla psicologia sul mobbing, ha portato questo tema nelle aule dei tribunali e negli uffici di mediazione che regolano i conflitti sul posto di lavoro. Questo passaggio dalla diagnosi del problema al suo inquadramento giuridico ne ha prospettato la risoluzione nei termini classici della riparazione di un danno. L’iter legale si compie con l’assoluzione o la condanna di qualcuno chiamato in causa rispetto al suo comportamento non solo come individuo, ma anche (non sempre) come rappresentante di una organizzazione. Il risarcimento della vittima, al di là della possibile quantificazione economica del danno, consiste in caso di vittoria della causa al reintegro nel posto di lavoro. Lo svolgersi del conflitto che lega insieme il lavoratore sotto attacco e colui che lo aggredisce per allontanarlo (il capo, il gruppo di lavoro che comanda, il collega più forte, ecc…) si conclude in una sorta di chiusura di un cerchio al cospetto di qualcuno che ha la funzione e/o il ruolo del giudice. A valutare e curare le ferite della vittima, mentre gli avvocati (più o meno sindacalisti o sindacalizzati) sono impegnati nella ricostruzione di quanto accaduto in previsione  di concludere il percorso di fronte ad un giudice,  vi sono gli specialisti della riparazione dell’io: gli psicoterapeuti.

La mia opinione è che psicologia e legge  girino a braccetto attorno ad un problema la cui sostanza pulsante rimane dentro al cerchio mentre essi si occupano di tenerla nei confini legittimi del loro operato. In un certo senso si può dire che avvocati e psicoterapeuti  accompagnino i protagonisti della scena all’uscita tenendo in mano per sé le chiavi del problema come se intendessero affermare che non è affare di chi subisce il danno farsi carico di troppe cose, che ci pensano loro a risolvere la questione… Lo specialismo e la creazione di categorie (con linguaggio annesso) servono a questo. Separare per comandare. Il fatto è che dal mobbing come lo chiamano loro, se ne esce solo in un modo: ossia rientrando in una supposta normalità di un posto di lavoro dove questa”normalità” evidentemente non c’è più. Perché è una normalità ricucita per il bene di tutti, non per chi la violenza l’ha subita. Al centro di questa dinamica fintamente riparatoria c’è il tema dell’io. Perché per psicoterapeuti e avvocati chi deve rientrare al lavoro e in qualche modo tornare a guadagnarsi il pane è un ruolo, una funzione, delle mansioni e delle competenze. Cioè un io. A questo bisogna crederci, cioè al fatto che ognuno porta al lavoro solo questa serie di oggetti fatti di comportamenti adatti al contesto, gesti precisi e riconoscibili, vocabolari limitati. Il resto meglio lasciarlo a casa. Tutte bene se funzionasse così. Un grazie a psicoterapeuti e avvocati allora.

Quindi se capita che mi aggredisci e vuoi allontanarmi dal mio posto di lavoro mettendo in discussione le mie competenze, non c’è problema: andiamo davanti al giudice e poi vediamo chi ha ragione. E poi siccome mi hai aggredito (la mia psiche, il mio orgoglio, la stima di me, ecc…) io mi rimetto a posto da uno bravo che mi capisce e magari la parcella te la faccio pagare a te che mi hai fatto un danno. Fine della discussione.

Tutto questo è quanto dovrebbe accadere in un Paese normale, un Paese fatto di tanti io felicemente al lavoro.

Ma, ammesso che questo Paese normale esista, in che paese siamo qui in Italia?

Qui da noi i dati ci dicono che la maggioranza di chi subisce il cosiddetto mobbing non denuncia quegli atteggiamenti/comportamenti che lo definiscono come fenomeno  e nemmeno di questi atteggiamenti/comportamenti ne parla pubblicamente o nella sfera privata, familiare e amicale (Verdarelli, 2013). Questo è un dato sociologico in quanto ci parla di quello che un certo tipo di legame sociale nega al soggetto nella sua libera espressione nel sociale stesso (l’esterno). E’ un dato che evidenzia come da una parte sul posto di lavoro sia presente una accettazione generalizzata di una “certa dose” di violenza (quanta? di che tipo?)  sia da parte di chi la subisce e sia da parte di chi la mette in atto. Inoltre evidenzia come nel contesto di lavoro questa violenza goda di una certa dose di legittimità (quanta? di che tipo). Questo è un fenomeno che sta al di là e al di fuori dal discorso della psicologia e della legge (che si presentano in scena in un dopo, quando il fatto esce con una denuncia o qualcosa di simile), posizionandosi nel sociale e nel suo quotidiano manifestarsi come “normalità”. Tutta questa violenza normale dove la vediamo? E’ nell’aria pesante di quel “clima organizzativo” che piace tanto agli esperti di organizzazione?

Pierre Bourdieu, sociologo attento alla questione della violenza, inquadrerebbe questa dinamica di accettazione/legittimità in un campo di dominio,  ovvero in quel luogo (topos) di elezione per colui che indaga un fenomeno attraverso uno sguardo sociologico implicato e riflessivo. E’ abbastanza evidente che nel caso del cosiddetto mobbing il dominato ed il dominante condividano le stesse regole del discorso, il quale discorso si forma e si costruisce nel contesto del lavoro. E’ lì il luogo dove la violenza abita silenziosamente. L’esistenza e lo studio di questo campo di dominio, che osservato in una prospettiva sociologica si mostra saturo di dinamiche violente e perverse (sono queste da indagare), non è oggi all’ordine del giorno della ricerca sociale nel nostro Paese. In primis perché di ricerca sociale sul campo se ne fa sempre meno (meglio raccogliere dati e fare statistiche). E poi forse perché è cosa normale in Italia agire e stare in presenza di una certa dose di violenza (aggressività, prevaricazione, ecc…) nel quotidiano nel quale siamo un po’ tutti immersi. Per guardare questa violenza occorre posizionarsi  ai margini, dove le pratiche che la caratterizzano spingono i protagonisti sui confini del campo di dominio dando forma ad un privato (cercato dall’aggressore e subito in modo ricattatorio dalla vittima). Per spezzare i bordi di questa violenza occorre mettere in discussione la legittimità stessa della violenza come habitus delle persone che operano, governano e dirigono le organizzazioni, istituzioni comprese. Sempre riferendoci a Bourdieu, questo autore ci metterebbe all’erta sulla posizione sgradita che nel campo avrebbe il sociologo soprattutto verso i protagonisti della scena (la vittima, il carnefice, il legale e lo psicoterapeuta), indaffarati a reggere attraverso le loro pratiche l’esistenza di questo campo. Perché il sociologo dovrebbe intromettersi e non lasciare che si chiuda il cerchio? Perché anche lui non si rassegna al fatto di credere che questo fenomeno si possa esaurire/risolvere in un procedimento legale con annesso un percorso di sostegno alla vittima? Perché ostinarsi invece a ri-aprire il discorso per farlo uscire da quel copione dove alla fine tutto finisce più o meno bene?

Per quanto mi riguarda la risposta è che se il sociologo si arrendesse di fronte a queste richieste di normalizzazione, non sarebbe un sociologo.

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