Sorvegliare, punire ed educare nell’epoca dei social (1)

Nella repressione delle differenze, in nome di una supposta uguaglianza all’interno della quale queste differenze non possano nuocere a nessuno, risiede la questione della sorveglianza, del controllo e delle nuove forme di punizione (segregazione, separazione, isolamento). Ad esse, come la storia insegna, si affiancano progressivamente forme sempre nuove dell’educare che sostengono la legittimità di ogni potere costituito ad agire sorveglianza e controllo sui corpi e sulle menti.

In questo tempo il compito di reprimere la differenza, intesa come portato soggettivo dal quale emerge la possibilità del conflitto, è affidato dal potere ad una comunicazione che costruisce un ordine del discorso (secondo la prospettiva foucaultiana) in larga parte situato all’interno dello spazio virtuale. In esso impera l’immaginario slegato dal reale dei corpi. Questo immaginario sovrapponendosi e colonizzando la quotidianità diventa il sociale. O meglio: il social.

Nell’immaginario condiviso in rete, quella violenza coercitiva agita in vari modi sui corpi (di ognuno di noi) da parte di polizia, psichiatria, scuola, burocrazia, ecc…, non c’è più, svanisce. Quando appare riguarda gli altri, quelli che o sono vittime da sostenere o sono carnefici al soldo di un potere concreto da combattere. La violenza sui corpi non è più necessaria a quel potere che governa noi attraverso i media. Questa violenza non è però archiviata, sconfitta, eliminata: piuttosto è pacificata da quando sorvegliare, punire ed educare sono divenute pratiche potenzialmente e sostanzialmente alla portata di tutti noi. Questa violenza individualizzata, direi tascabile come uno smartphone, la si può praticare nei legami sociali nel quotidiano, al bisogno. Il suo potere sta nella minaccia, è una violenza in-potenza, latente, subdola e trova nella quotidianità il contesto più accettabile nella quale esprimersi; è una violenza friendly  che si diffonde nelle relazioni sociali con la diffamazione, la delazione, il mobbing, ecc… e che si può sfoderare come un arma al bisogno. Allorquando la parola osi farsi portatrice di differenza mostrando la sua pericolosità ed uscendo dalla sua forma contenuta (trattenuta nel particolare, nel familismo, nell’interesse di parte), per annientarne/depotenziarne il potenziale sovversivo  (il politico) viene riportata all’interno del suo stesso campo: quello di un linguaggio pre-ordinato dove il potere di tutti ne ha stabilito e regolato forme e contenuti legittimi (tutti chi?). I margini operativi della parola differente, la cui violenza è piuttosto potenza di un altro possibile, si fanno sempre più stretti dentro il pieno informativo che si è posto al centro di comando (che da ora chiamerò simpaticamente: google power). Per l’ordine del discorso stabilito dal google power, tutto il possibile è nella rete, l’impossibile non è dato, nemmeno da pensare. Perché il pensabile (ovvero il possibile) è contenuto in un luogo che si espande all’infinito con il contributo di tutti. Non aderire a questa missione dove tutti dovremmo essere (meglio se da soli e da casa) coinvolti equivale ad auto-escludersi dal contribuire ad un opera che ricompone un’umanità frammentata. Quindi equivale ad aderire al male. Siamo tornati al positivismo di metà ‘800, dove morale e progresso insieme formavano un blocco unico.

Questa occupazione della vita quotidiana attraverso il tutto-possibile della rete, provoca uno scivolamento delle politiche di sorveglianza e controllo dal corporeo agito/agitato (il comportamento) allo spazio intimo, individuale del mentale, unico luogo non ancora del tutto colonizzabile da un potere che si mostra sempre più seduttivo e alleato con il godimento del singolo suddito1. Per il controllo dell’altro non è più necessario l’incontro tra corpi reali, pulsionali: basta ascoltare di essi l’esternazione sonora, parlante o leggerne semplicemente le tracce lasciate sui social network . Per il resto, nel caso qualcuno volesse “far danni”, basta accendere qualche telecamera in giro per le città. Per sicurezza più che altro. 

1Questa alleanza non genera populismo, quanto individualismo socializzato: ognuno è portavoce di un’istanza che lo supera e che si erge a istanza sociale, pubblica. La differenza è sostanziale: nessuno si sente parte di un popolo, piuttosto rappresentante di interessi di parte interpretati come interessi comuni.

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