La rabbia sociale

L’individualismo socializzato, così in un articolo precedente ho chiamato quello che molti oggi affermano essere il populismo. Non sapendo nulla di che cosa sia il popolo, così come nulla posso dire della gente, mi limito al conoscibile dell’incontro nel quotidiano con le persone; incontro che si dà in tutte le sue forme possibili, più o meno organizzato, oppure effimero, sfuggente o ancora intenso per il coinvolgimento degli affetti.  Incontro dove le persone sono con me, con il loro esprimersi nei vari modi possibili (parole, gesti, espressioni del viso, ecc…). Parlare di populismo nella relazione con l’altro è fare chiacchiera, scatenamento dell’immaginario dell’uno contro tutti e  allo stesso tempo dell’annullamento del singolo nella massa informe che si agita, si mobilita, urla la propria rabbia. Chiede. E poi a chi chiede, non si capisce bene.

Quel che è chiaro è che ognuno di noi rappresenta qualcosa per l’altro: ognuno di noi è l’altro per l’altro. E’ l’amico, il nemico, l’ostacolo, la guida, l’indifferente, il diverso, l’uguale, ecc… Possiamo farne a meno dell’altro ora che, come ci  spiegano molti esperti,  siamo sempre più  autonomi, connessi, multitasking? Non credo.  Messo in conto che tra breve saremo un miliardo in più su questo pianeta, con l’altro dovremo sempre più “fare i conti”. L’altro c’è e ci sarà sempre di più.

La soluzione per la convivenza può segnare due strade: apertura o chiusura. Tertium non datur. Apertura alla relazione con l’altro, chiusura nell’individualismo estremo.

Ora siamo nell’individualismo socializzato: qualcosa resiste. Un po’ di civiltà sulla quale non gettare ulteriore diluente per renderla sempre più liquida esiste ancora. Il diluente, l’acido individualizzante se così lo posso chiamare, si chiama rabbia. La bile de-socializzante, di cui tutti in piccole dosi siamo dotati biologicamente, è qualcosa che dovremmo imparare a tenere a bada non per una questione puramente morale, ma per una motivazione forse più di benessere individuale. Ci si ammala di rabbia. E non serve, soprattutto se il momento storico chiede a ognuno lucidità per le battaglie a venire. E il momento storico non è quello dei populismi, ma e mi ripeto è quello dell’individualismo socializzato. Suicidarsi di rabbia “sociale” o aprirsi all’incontro con l’altro e creare un sociale nuovo, aperto. Il dilemma per ognuno, chiuso nel suo piccolo o grande mondo, è questo.

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