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Il risentimento dell’incompreso

C’è un atteggiamento diffuso che percepisco nei discorsi ai quali partecipiamo un po’ tutti in rete in questi giorni di esposizione nella socialità digitale. Questo atteggiamento, che nella mondanità dei nostri tempi evidenzia la postura blasé*, nella socialità risucchiata nei social dal virus, svela l’altra faccia della medaglia: il risentimento dell’incompreso.

Siamo tutti arrabbiati, infastiditi dal dover stare rinchiusi per ordini superiori: il nostro comune Datore di Lavoro, che ha azzerato le più o meno sopportabili sudditanze alle quali siamo sottoposti nel quotidiano, ha deciso così per (quasi) tutti. Le ambizioni, le aspettative per il futuro, il riconoscimento, benzina per il motore della società individualizzata crolla, o quantomeno vacilla, di fronte a qualcosa che lo supera in potenza. “Sopportare questo proprio ora che ero a un passo dalla promozione!” “Il contratto è annullato, Lei può capire che, vista la situazione…” “Purtroppo siamo costretti a licenziare”. Tutti (quasi), costretti a uno o a tanti passi indietro.

Questa situazione si dice, o meglio lo dicono gli psicologi, produca fondamentalmente depressione. Forse.

Questa situazione, per stare al presente, produce sicuramente risentimento.

Un risentimento che non accolto passa ad essere risentimento incompreso e poi, dopo, forse, depressione. E risentimento e incomprensione hanno a che fare il primo con la questione della Giustizia e la seconda con quella del Senso. “Non è giusto che accada questo a me, proprio ora che…”, “Per colpa dei cinesi, adesso ci tocca…”: in molti a dire che quello che sta accadendo “non è giusto”. Poi: “E’ incredibile, questa cosa non ha senso…”.

Legati insieme risentimento e incomprensione sono un mix esplosivo. Perché creano schegge, frammenti di umanità che cercano complicità per portare sulla scena (il dopo) le proprie ragioni come fossero verità.

Sul risentimento Nietzsche ha detto nella sua Genealogia della morale:

 “Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che in ciò non c’è alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini”

Il virus è più forte di noi e per lui siamo (per ora) agnelli. Le leggi dello Stato sono più forti di noi e per loro siamo agnelli.

Che farcene allora del risentimento? Ognuno ci pensi in questi giorni.

Se penso all’incomprensione come sentimento vado con la mente ad un vecchio film di Comencini del 1966, “Incompreso”, che raccontava vicende tristissime di una famiglia segnata dal lutto materno. Tratto da un libro di un certo Montgomery è la storia di un bambino, orfano di madre, che tenta in tutti i modi di manifestare al padre il suo dolore per il lutto materno, ma lo fa manifestando comportamenti oppositivi e devianti mostrando all’esterno di sé esattamente il contrario di ciò che avrebbe intenzione di comunicare. Insomma per farla breve costui, povero, vorrebbe tanto far capire quanto sta male per essere accudito e compreso, ma non ce la fa. Fa il contrario, rimanendo così imbrigliato nella sua dolorosa prigione di incompreso.

Nel campo della psicoanalisi certe vicende di incomprensione si potrebbero inquadrare nel cosiddetto “complesso di intrusione” che, semplificando, è quella cosa dove, nell’infanzia, il primogenito, incazzato per la nascita di un fratellino comincia a fare a lui dispetti e a frignare per attirare l’attenzione della mamma tutta concentrata sul nuovo nascituro. E infatti nel film c’è poi un fratello minore di cui il protagonista risulta essere una sorta di persecutore inconsapevole. Il portatore del complesso di intrusione non lo fa apposta, è normale che faccia così: sta ai genitori non affidare a questo comportamento troppa attenzione. L’incompreso, comprenderà con i suoi tempi. Dovrà però fare questo passaggio di comprensione in solitudine perché i bravi genitori, affinché superi il complesso, non gli daranno una mano.

In rete questo sentimento di incomprensione pare diffondersi con l’isolamento a cui ci ha costretti il provvedimento antivirus. Qualcosa che si presentava come sostenibile, compensato, in tempi di normalità, ora che “l’intensità nervosa” (così la chiama Simmel pensando alla metropoli dei primi del ‘900) è confluita nella rete, assume ora forme inedite sul piano soprattutto dell’espressione. L’incomprensione e il risentimento che ad essa si associa, in rete non ha, come il virus, limiti: anche perché la rete non svolge alcuna funzione genitoriale (pur avendo gigantesche funzioni di sorveglianza e controllo). Il mondo virtuale prende atto e niente di più e nulla può di fronte al sentimento di sentirsi incompresi di coloro che la frequentano. La rete a questo risentimento fa da cassa di risonanza, facendola diventare impotenza. L’impotenza del risentimento dell’incompreso.

Senza il buon vecchio riconoscimento di un tempo (che produce quel sottile godimento quotidiano), guadagnato con il sudore sul posto di lavoro, a capo chino o leggermente inclinato, in palestra a fare i muscoli, dall’estetista per resistere al tempo che passa, che cosa ce ne facciamo, ora che c’è il virus, del risentimento e dell’incomprensione?

Pensiamoci, prima di diventare depressi.

P.S.: per quelli che vedono la possibilità della rivoluzione, si concentrino prima a superare il varco del riconoscimento personale (è lo scoglio più difficile).

* “Concetto introdotto dal sociologo Georg Simmel, secondo il quale una delle più tipiche caratteristiche dell’ambiente metropolitano è l’atteggiamento blasé. A causa di una sovrastimolazione sensoriale offerta dalla città, l’individuo ostenta indifferenza e scetticismo, rispondendo in maniera smorzata a un forte stimolo esterno proprio in conseguenza di stimolazioni nervose in rapido movimento. Il cittadino, sottoposto a continui stimoli, in qualche modo si abitua, diviene meno recettivo. Il susseguirsi quotidiano di notizie ed emozioni fa divenire tutto normale, consuma le energie. Così subentra un’incapacità di reagire a sensazioni nuove con la dovuta energia.” (tratto dal sito: sociologicamente.it) 

L’imbroglio culturale del burn out

E’ uscita recentemente un’edizione aggiornata de La società della stanchezza di Byung-Chul Han. Al testo uscito in Italia nel 2012 l’autore ha aggiunto un’appendice con due nuovi scritti: “La società del burn out” e “Tempo solenne”.

Per il tema, che mi sento di inquadrare nell’ambito della clinica del sociale, provo ad esprimere alcune riflessioni sul nuovo scritto di Han sul burn out.

Intanto cos’è “tecnicamente” il burn out. Inquadrato nell’ambito del lavoro nelle organizzazioni si può definire come una sindrome da esaurimento (nervoso, emotivo, fisico) dovuta all’eccesso prolungato di attività, dallo stress dovuto all’accavallarsi di impegni, dalla pressione dei colleghi sul posto di lavoro. Il lavoratore in burn out – dicono i tanti manuali di psicologia del lavoro – perde il controllo di se stesso, aggredisce verbalmente i colleghi e inveisce contro le regole costrittive dell’organizzazione. Per questo chi è “affetto” da questa sindrome necessita di allontanarsi temporaneamente dal lavoro per recuperare, oltre al suo equilibrio psico-fisico, la motivazione stessa al lavoro.

Giuseppe Bonazzi, sociologo autore di molte pubblicazioni sul lavoro nelle organizzazioni, dice a riguardo di chi vive il burn out:

“…le vittime vivono il burn out in modo ambivalente. Da un lato lo sentono come una colpa, una malattia di cui non sono stati capaci di avvertire in tempo i sintomi per evitarla; dall’altro lato un burn out superato è visto come la cicatrice di una ferita riportata in combattimento”

Posizioni, quelle della vittima, del malato e del reduce, che portano a pensare al lavoro come ad un campo di battaglia, un luogo malsano, dove si combatte per qualcosa, contro qualcuno e combattendo si perde, ci si ferisce. Ci si ammala.

Diciamo da subito che Han parla di “società della prestazione”, non parla di lavoro. Non entra quindi nel discorso del burn out con le stesse chiavi della psicologia e della sociologia del lavoro e delle organizzazioni. Aggira l’ostacolo, o meglio, lo abbassa concentrando la sua attenzione sul soggetto di prestazione. Partendo da Kant, con la coscienza e la morale e toccando la psicoanalisi di Freud, definendola nella sua inattualità a sostenere una clinica per i nuovi disagi della tarda modernità, Han inquadra il burn out in un paradosso di cui ognuno, per sé, deve farsene qualcosa. A fare da cornice a questo soggetto prestazionale inoltre non è più la società disciplinare ben inquadrata da Michel Foucault, bensì una società della positività, dove non c’è potere che nega e controlla, ma c’è dovere ed adesione individuale che prevede autocontrollo e flessibilità. In questa società del positivo, il soggetto non più dissociato e alienato è volontariamente isolato ( chiuso nel suo ego) e proiettato in una dimensione di imprenditorialità di se stesso all’interno della quale autorealizzazione ed autodistruzione convivono non lasciandogli vie di uscita dal suo dover essere prestazionale. Il soggetto di prestazione è una sorta di uomo ad una dimensione, quella prestazionale, che potrebbe essere una versione aggiornata di quell’ Uomo proposto da Herbert Marcuse nel suo celebre libro del 1964.

Per farmi comprendere meglio su questo punto riprendo quanto afferma Federico Chicchi in un breve e interessante saggio all’interno del testo Disagiotopia (F. Andreola, a cura di, 2020) dal titolo “Contro la società della prestazione. Per una sintomatologia del capitalismo contemporaneo”, commentando lo scritto di Han sul burn out:

Il nuovo imperativo sociale, fondato sulla prestazione individuale, assume una determinazione societaria concreta attraverso la generalizzazione della forma impresa come forma soggettiva adeguata alle esigenze produttive del capitalismo postindustriale. I soggetti di prestazione , in altre parole, sono e devono diventare imprenditori di sé stessi.

Quindi, per andare avanti nella riflessione sull’attualità del burn out seguendo la prospettiva di Han, bisogna inquadrare questa sindrome dentro una dimensione operativa di “autosfruttamento volontario”: come lo stesso filosofo coreano suggerisce.

Non c’è lo sfruttatore, o almeno non appare sulla scena come imprenditore/padrone dei mezzi di produzione. C’è solo l’ambizione, l’aspettativa individuale di farcela da soli, a tutti i costi. Sino al punto di “bruciarsi” se necessario. Seppur inquadrati in organizzazioni (ma, a questo punto ci sarebbe da chiedersi che cosa sono queste “organizzazioni”?) agiamo tutti come liberi performers confidando nell’essere più prestazionali degli altri. Ci misuriamo (… ce lo misuriamo) con un ideale che si presenta come no limits e per questo pare saremo destinati a buttarci prima o poi tutti da una sorta di rupe Tarpea che non riusciamo, immersi come siamo nel compito, nemmeno a scorgere all’orizzonte. Limitati dalla nostra corporeità e da una psiche che non può ripararsi continuamente attraverso i cerotti della farmacologia, procediamo in fila indiana passando, prima del salto, anche da questa dimensione che Han, allo stesso modo di tanti altri (e qui è il suo limite!) chiama: burn out.

Che vi siano possibilità di interpretare questo burn out in un modo differente, affinché chi ne è “affetto” non si chiuda nell’isolamento di una colpa, del fallimento di sé, è un tema sul quale dovremmo discutere e confrontarci in tanti. Ma non come vuole questo sistema capitalistico, ovvero come un grande gruppo di auto mutuo aiuto. Piuttosto come entità che problematizza e ri-politicizza la questione del disagio soggettivo. Perché il burn out è un imbroglio culturale e linguistico che nasce nell’ideologia neoliberista come diagnosi contro i non-adatti ed è una diagnosi alla quale non dovremmo aderire così facilmente quando sul posto di lavoro chi detiene il potere (il portafoglio) ce la attribuisce per disfarsi di un elemento (a lui e al sistema che sostiene) disfunzionale.

In altri termini, non si esce dalla società della prestazione da soli. Si tratta di salvare noi stessi come soggetti sociali e politici, al di là di coloro che necessitano di noi solamente come progetti utili alla loro causa.

I re-censori doppio 0

Doppio zero è una tipologia di farina, ma è anche un sito ormai conosciuto da tanti che – in cerca di risposte su internet rispetto al senso delle loro giornate passate on line – trovano spunti interessanti per fare sera.

Il parterre di questa rivista on line è veramente ricco. Nomi di un certo livello: ce n’è per tutti i gusti, compreso per i gusti del sottoscritto. D’altronde con la farina 00 si possono fare infinite ricette e Doppio zero ogni giorno sforna articoli per tutti i palati, anche per allergici e celiaci del web.

Capita anche a me di essere nella rete per dire qualcosa sul web e – per vedere cosa gira nei siti più cliccati – di dare un’occhiata alla vetrina di Doppio zero . Da profano e da novello scribacchino di un blog per pochi intimi, rimango a volte un po’ infastidito da una certa categoria che occupa ampio spazio nei grandi silos del “culturale”. La categoria di cui parlo è quella dei recensori di libri. Capisco che siano necessari come mediatori nel grande mercato editoriale, ma a volte nei loro scritti noto un eccesso, come un desiderio di prevaricare il testo che vorrebbero promuovere o stroncare.

Nel caso di Doppio zero – per alcuni di loro – mi verrebbe da coniare il termine di re-censori. Re, perché sono blasonati e rispettati stando in un sito così importante. Censori, perché con le loro critiche non accompagnano il lettore ad avvicinarsi ad un testo, ma ne annientano la carica erotica, non mostrando nel loro censire le incertezze, i dubbi, agendo invece con l’a priori di chi sta (o vorrebbe stare) in cattedra.

L’atteggiamento del re-censore è quello di colui che oltre a scrivere del libro che ha letto, si avventura, come avesse il bisogno di controllarne l’agire, nell’analisi del potenziale lettore di quel testo e lì, forse senza accorgersene, scivola dalla recensione alla censura.

Di solito, su questa rivista, leggo gli scritti di qualche accademico della grande prateria dell’anti-capitalismo che considero più “giusto”, ovvero quello di chi si pone oltre alla questione dello studio, quello di una sorta di militanza. Spesso leggo di quella categoria che ha studiato il lavoro degli altri stando attento che costui abbia però riflettuto precedentemente sul suo di lavoro. Perché è importante per me che il recensore parta dalla consapevolezza che “gli altri” di cui egli parla, lavorano spesso in situazioni nelle quali non gli è permesso di esprimersi in alcun modo (se non a volte con la mediazione sindacale), oppure di ciò che fanno non ne sanno scrivere, ma i libri però li leggono. Quello riescono a fare per il tempo che hanno disponibile: leggere.

Per fare un esempio e farmi capire meglio, vorrei riprendere qui un articolo appena sfornato da Tiziano Bonini che, recensendo un libro dal titolo “Changemakers” di A. Arvidsson, individua subito che questo libro è “agile e scritto per essere accessibile al famoso pubblico al di fuori dell’accademia”. Ecco, perché usare queste espressioni del tipo: “famoso pubblico al di fuori dell’accademia”? Che cosa vuol dire?

Già solo questo incipit infastidisce un doppio zerista occasionale come me, anche perché dovrei far parte di un target: quello del pubblico non accademico. E io sono, citando il saggista Remo Bassetti (2008), contro il target. Inserito in questo ipotetico target, dovrei per questo essere aiutato quando il discorso si fa complesso, secondo Bonini? E lui, il re-censore, può aiutarmi a superare questo mio supposto handicap? Esiste cioè un lettore “extra mondo dei colti” che va educato? Mi pare un eccesso di analisi che sfocia in una cattiva pedagogia, o almeno la sento come una scelta infelice di parole se l’intenzione è quella di avvicinare qualcuno alla lettura di un testo.

Di mio, so che non potrei disquisire ad una conferenza sugli altissimi contenuti che seguono questo incipit dell’articolo di Bonini: non ho i titoli e le nozioni per farlo e nemmeno sinceramente la voglia. Però, non posso impedirmi di interpretare ciò che scrive, valutando se mi piace o no. E così mi sento di segnalare quello che considero un secondo “scivolone” di Bonini. Un inciampo di cui non comprendo il senso. Ed è un passaggio nel quale l’autore tira fuori il nome di Mark Fisher, autore del famoso libro “Realismo capitalista”. Scrive Bonini:

Mentre in Italia tutti i critici del capitalismo si riducono a imbracciare Mark Fisher per uscirne annichiliti (ma anche compiaciuti) dalla prospettiva di un “realismo capitalista”, una condizione ormai naturalizzata e astorica da cui non si può sfuggire, Arvidsson (come in passato avevano già fatto Polanyi e Arrighi) restituisce al capitalismo una dimensione storica che ne enfatizza le cicliche fasi di espansione, dominio e declino.

Fisher è il giocattolo dei critici superficiali del capitalismo, il prodotto perfetto per compiacere il carattere crepuscolare dei giovani lavoratori cognitivi figli dei ceti medio-alti frustrati dalla crisi economica.

Il povero Fisher – pace all’anima sua – è secondo l’autore dell’articolo un “prodotto” e nello specifico un “giocattolo” per lettori superficiali (il “famoso pubblico al di fuori dell’accademia”). Un pubblico, secondo lui, evidentemente fatto di ingenui e incolti consumatori di libri in balia di lettori-critici un po’ più furbi che, approfittando dell’annichilimento prodotto dentro il concetto di “realismo capitalista”, usano (in che senso?) il pensiero di Fisher per compiacere “giovani lavoratori cognitivi figli dei ceti medio-alti frustrati dalla crisi economica”.

Cosa avrebbe detto Fisher sul fatto che qualcuno ora stia usando i suoi scritti per compiacere qualcun’altro? Credo niente. Aveva altro a cui pensare.

Tiziano Bonini, a mio parere, usa le sue sensazioni sull’uso improprio del pensiero di Fisher per criticare chi non legge come si dovrebbe le cose che legge e poi, non autorizzato (da chi?), si assume il diritto di parlarne “impropriamente” a qualcun’altro. Per lui non va bene, non si fa. Qualcuno intervenga e fermi questi “critici superficiali del capitalismo”.

Io credo che ognuno, fortunatamente, possa permettersi invece di leggere e interpretare ciò che legge come gli pare. E di quello che se ne fa, dopo aver letto e interpretato, è semplicemente affar suo.

Capisco che sia faticoso per gli iper-colti accettare che la cultura (gli usi e i costumi) viaggi per i fatti suoi e non sia recintabile da nessuno, ma il mondo è questo qui e l’ignoranza (l’altrui e la propria…) non si combatte evitandola o censurandola.

Vedo sempre più intelligenze spostarsi in un mondo di carta e vestire i panni di re- censori impegnati in guerre di carta dove i loro corpi lavorati dal lavoro non ci sono più. Questi loro corpi si fanno sempre più rarefatti e vagano come fantasmi nella polvere farinosa lanciando strali contro un capitalismo che per loro è vero solo se è come dicono loro: cioè di carta.

Mi manca Fisher e la sua vitalità. Le sue analisi hanno la forza di mobilitare i corpi.

Riposi in pace.

Ripartire dalla proprietà sociale

In questa fase storica, la proprietà di sé non dovrebbe avere la peggio sulla proprietà privata. Se ciò avvenisse significherebbe dover riconoscere che nel nostro Paese, dal dopoguerra ad oggi, non si è costruita una proprietà sociale alla quale ogni cittadino può fare riferimento per ritrovare la proprietà di sé quando questa è messa in crisi da emergenze come quella attuale.

Proprietà di sé significa aprirsi all’altro per autodeterminarsi. Proprietà privata significa chiudersi all’altro per autodeterminarsi. Proprietà sociale significa determinarsi insieme con l’altro.

La pandemia non ha spento quella dinamica ormai interiorizzata dall’individuo imprenditore di sé stesso tra proprietà privata e proprietà di sé e agita, disgraziatamente, come strategia individualizzata in risposta alla crisi economica del 2007. Quella logica perversa secondo la quale tra facoltà individuali (cognitive, psicofisiche, di autostima) e capacità di produrre valore economico c’è un legame stretto e imprescindibile è ancora viva. L’essere (la proprietà di sé) e l’avere (la proprietà privata) possono ancora sovrapporsi. Ma forse la novità è che la questione della proprietà sociale non può più essere omessa dal dibattito. E la proprietà sociale non è esattamente quello che chiamiamo welfare, perché questo termine si esaurisce nel coniugare il benessere alla sicurezza e se non viene declinato attraverso l’uso di aggettivi è un termine vuoto.

Visto che in tanti dibattono di un nuovo welfare proponendosi forse in sostituzione degli ormai consunti virologi, ritengo sia invece più proficuo deviare il discorso per ragionare in termini di proprietà. In questo nostro Paese, come afferma puntualmente nel suo ultimo testo Luca Ricolfi (Ricolfi, 2019), è la proprietà che definisce – vista la fase di stagnazione economica, la quantità di risparmi accumulati e la possibilità di un utilizzo massiccio di lavoro para-schiavizzato per le mansioni più umili e rischiose – lo status di quegli italiani che aderiscono al discorso della classe egemone (ognuno, a seconda dello schieramento ideologico, può scegliere se far corrispondere o meno la classe politica alla classe egemone). Solitamente in ambito sociologico e antropologico si evita il termine proprietà, in quanto è ritenuto troppo grezzo e affine al linguaggio degli economisti, scienziati meno umani tra gli umanisti.

Quindi parlare di proprietà sociale potrebbe essere un modo per non delegare il tema della progettazione e programmazione degli interventi per la ripresa economica ai soli economisti e, per la gestione di quelle che Bauman chiama “vite di scarto”, ai filantropi (più o meno laici). Di proprietà sociale tutti potremmo occuparcene.

Questi tempi hanno messo sotto i riflettori la stoffa con la quale è cucito il tessuto sociale del nostro Paese. Al di là del progetto – più o meno riuscito – di creare cavalcando la pandemia una nuova unità nazionale (“siamo tutti sulla stessa barca…”), ognuno a quanto pare sta privatamente facendo i conti con le risorse a sua disposizione per farlo rientrare in possesso delle posizioni che ricopriva prima del lockdown. Prima di rivolgersi allo Stato, ogni cittadino responsabile sta facendo i conti con quella rete di protezione di cui conosce i margini e all’interno della quale può muoversi privatamente, senza mostrare all’esterno forme di degradazione del proprio status. Questa rete è quella familiare , in senso lato. E se prima d’ora non aveva avuto necessità di attingervi a questa rete, ora è costretto a farlo. Fino a quando è possibile per costui è la proprietà privata che può evitargli di entrare in una dinamica di degradazione. Poi, esaurite queste risorse, entrerà in campo l’esterno, il pubblico. La dimensione privata dovrà rompersi per fare riferimento a quella pubblica. Ed è qui che il buon cittadino scoprirà se lo Stato è uno stato responsabile, che per aiutarlo non lo getterà in pasto ad un sistema di beneficenza, ma agirà mettendo a sua disposizione quella che si chiama: proprietà sociale.

Ma cos’è la proprietà sociale?

La proprietà sociale – afferma il sociologo Robert Castel (Castel, Haroche, 2013) – esiste se, all’interno di una dinamica storica di uno Stato che ha accettato la separazione della proprietà dal lavoro (non mi pare che questa cosa sia messa in discussione…), le parti sociali sono riuscite ad accordarsi per mettere in campo strumenti di protezione sociale guidati dall’obiettivo di garantire che venga riconosciuta socialmente a chi ne usufruisce il mantenimento della proprietà di sé.

In altri termini, la proprietà sociale di uno Stato e la proprietà di sé del cittadino sono annodati insieme per il mantenimento della dignità di entrambi. Dignità dello Stato e del cittadino che si potrebbero degradare contemporaneamente nel caso in cui a dominare la scena fosse la proprietà privata.

Per concludere: terminato il lockdown, ognuno si fa i conti in tasca e – guardandosi attorno – tentando di riannodare quell’intreccio sempre più sfilacciato tra proprietà di sé e proprietà privata rischia di ammalarsi se non trova uno Stato in grado di soccorrerlo con una proprietà sociale nella quale ritrovarsi con chi, come lui, non vuole beneficenza, ma dignità per riprendere la sua strada. Ma che questo cittadino mantenga la proprietà di sé interessa al nostro Stato? E qui, in Italia, si è costruito nel tempo questo vincolo di reciprocità tra Stato e cittadino per annodare proprietà di sé e proprietà sociale?

Il ritorno dell’ideologia

Fase 2: ritornare all’ideologia.

In questi giorni hanno asportato la cistifellea ad un mio amico. Descrivendomi l’operazione mi dice che ci sono state complicazioni dovute al fatto che la sua cistifellea era da parecchio che non svolgeva il suo mestiere e se ne stava lì, nella pancia del mio amico, senza far niente se non tentare di mandare in malora gli organi limitrofi.

Ecco, le ideologie in questi ultimi tre decenni (dopo la caduta del muro di Berlino) evidentemente hanno lavorato come la cistifellea del mio amico: se ne sono state lì, dentro la nostra grossa pancia democratica, in attesa che qualcuno le riportasse in superficie. Il tempo buono per farle venire alla luce è forse questo: la fase 2.

Terminato l’isolamento, pazientando di fronte alle argomentazioni più o meno scientifiche degli addetti alle emergenze sanitarie, entriamo ora con la schiena rotta (così come altre parti del corpo) nella fase della normalizzazione dell’emergenza. E la normalizzazione – attenzione! – non è la normalità: è un suo surrogato che prevede una regia che, definendo, sorvegliando e punendo, stabilisce per tutti ciò che è normale e ciò che sta al di fuori di questa normalità. Questa normalizzazione può prodursi con facilità quando chi vi è sottoposto è ancorato alle solite buone e vecchie ideologie. Oggi indossabili anche in versione 4.0.

La battaglia per le idee, in assenza dei corpi e spostata nel web, non fa male a nessuno. Va bene per questa fase 2.

Propongo due ideologie alle quali ci viene chiesto di aderire.

Una prima ideologia che, a mio parere, rientra in scena è quella corporativa. In Italia siamo i campioni di corporativismo (fatto di gruppi di interesse, di ordini professionali, di lavoratori pubblici contro privati, ecc….), quindi non poteva che esserci un ritorno in auge della difesa ideologica della propria categoria. E nel momento in cui una categoria si sente minacciata da un possibile disconoscimento di uno Stato che prova a riaffermare la sua sovranità distribuendo risorse a pioggia per fare ripartire i tanti settori dell’economia, si alzano gli scudi con gli stemmi della propria casata e si comincia a sgomitare per mettersi in prima fila. La difesa del proprio orticello offre l’occasione a chi governa di evitare lo sforzo di ragionare e proporre interventi di sistema e una vera programmazione (innovativa). E quindi ecco pronta la sua risposta facile: un po’ ai commercianti, un po’ ai liberi professionisti, un po’ (troppo) ai grandi industriali e via dicendo. Un po’ per uno non fa male a nessuno.

A seguire, in forte crescita grazie al virus, prende piede – occupando la scena – un’ideologia più difficile da criticare: quella sanitaria. Lasciati alle spalle i bei tempi della “sanità migliore del mondo”, abbiamo scoperto le falle del sistema (assenza di medicina di comunità, azzeramento degli interventi domiciliari, carenza di personale, mancanza di protocolli per le situazioni epidemiche). Invece di trattare – per ritornare ai vertici della classifica – il tema della ri-organizzazione del sistema sanitario (che non si limita a quello dell’assunzione di personale…), il potere statale con la complicità dei media ha prodotto la retorica dell’eroe in corsia, riportando alla luce un’ideologia sanitaria che, sovrapponendo la clinica (il gesto del medico) alla gestione ospedaliera, si fa metafora del Bene, confondendo ciò che è nel discorso della salute come diritto individuale con ciò che è nell’alveo dell’organizzazione burocratica del sistema sanitario. E così, grazie allo spostamento del tema al piano ideale, si può evitare di tornare a parlare di riapertura di strutture improvvidamente chiuse, di posti letto dimezzati e di avvio di una discussione per riprogettare una sanità che di fronte a emergenze come il coronavirus non vada così in sofferenza. Temi politicamente scottanti che poco si sposano con l’ideologia. Meglio celebrare l’esistente e gratificare con bonus.

Nell’attualità dell’imposto per ragioni superiori, c’è solo lo spazio casuale – che le piazze rimangano vuote e si rispetti il distanziamento! – dove la dialettica politica è impossibile a darsi perché, perennemente in fila al supermercato (e ora anche in fila per il caffè al bar), non possiamo che utilizzare quel poco tempo di assembramento distanziato che ci è concesso per perderci in battibecchi ideologici che lasciano il tempo che trovano.

Disintossicati dalla numerologia epidemiologica, sarà la numerologia dei big data a sostituirsi ad essa nel compito di normalizzare il Reale affinché, quanto emerso drammaticamente in questo periodo, non si solidifichi in richieste che possano presentare una consistenza materiale diventando così istanza politica. D’altronde, trasportare le richieste di cambiamento dentro ad un dibattito ideologico (che si nutre di tante ideologie, non solo dei due esempi che ho portato qui), permette a tutti noi di evitare di cogliere soggettivamente quell’occasione che il virus ci ha offerto di aprire gli occhi sulla complicità che abbiamo dato singolarmente affinché si creasse quel vuoto politico all’interno del quale si è insediato un governo tecnocratico, o meglio una espertocrazia. Per quanto visto sino ad ora, pare che questa espertocrazia stia lavorando per costruire una “immunità di gregge” affinché i cittadini non si occupino più di politica attiva. Questa operazione di immunizzazione (una sorta di affermazione dell’interesse particolare come atteggiamento etico verso la cosa pubblica) consente al governo di eludere il compito di affrontare la situazione con provvedimenti che segnino una svolta verso un sistema più solidale ed equo per tutti, penalizzando finalmente i privilegi di pochi. Che sia così? Attendiamo sviluppi.

L’ansia di potere

“L’emergenza coronavirus e oltre un mese di lockdown hanno messo a dura prova la stabilità psicologica degli italiani. Il 63% delle persone ha disturbi come l’insonnia, il mal di testa, mal di stomaco, ansia, panico e depressione”

Così, il 28 aprile dell’anno corrente, recita una breve notizia pubblicata in rete dall’agenzia adnkronos. Il 63% degli italiani, afferma il CNOP (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi), sta manifestando una serie di disturbi psico-somatici che si connettono – in un qualche modo non specificato nell’articolo – a questa fase storica di convivenza con il coronavirus.

Dell’indagine commissionata all’Istituto Piepoli non sappiamo nulla, se non da qualche riferimento ai dati presente nei commenti di alcuni rappresentanti del CNOP (immagino siano persone che hanno studiato nei dettagli il sondaggio e abbiano ricevuto l’autorizzazione a parlarne a nome del CNOP) e, ai tanti portatori che si riconoscono dentro questo quadro clinico, non resta, per saperne di più del loro malessere, che varcare la soglia dello studio dello psicologo. Prima oltrepassate quella soglia e poi se ne parla insieme: abbiate fiducia (il vecchio motto: “provare per credere”).

Questo sondaggio non sorprende e – come ammettono alcuni amici del campo “psi” – rientra nella dimensione di promozione di un mestiere che – dentro il grande vortice scatenato dalla pandemia – può essere di qualche utilità per qualcuno. Ognuno, proiettato in questo futuro incerto, deve fare i conti con quello che sa fare e deve proporsi in modo differente perché diverse sono le condizioni nelle quali il suo saper fare si deve/dovrà inquadrare. Più disagio (questo è certo!), meno soldi per tanti.

La realtà necessita di essere affrontata, anche dal CNOP. Ma, detto questo, vorrei sottolineare che a lato della promozione del mestiere, l’elemento più interessante che emerge sociologicamente non è tanto questa creazione di una numerologia che potenzialmente può attrarre il cittadino ansioso, depresso e insonne – che scopre di essere “malato” di questi disturbi dopo l’esposizione protratta all’isolamento (o alla convivenza forzata con qualcuno di non desiderato…) – verso lo studio dello psicoterapeuta. Piuttosto trovo d’interesse – per una lettura sociologica – quel meccanismo di risposta che il potere burocratico (in questo caso identificato in un ordine professionale) fornisce a tutto quel disagio che la biopolitica – oggi supportata dalla sua versione biomedica – non riesce ad inquadrare con strumenti altri rispetto a quelli del marketing.

Quando si tratta di curare un disagio senza gli strumenti della ricerca farmacologica e neurologica, utilizzando tecniche di ascolto della parola, interpretazioni del comportamento e utilizzo di test, per il politico che ha la responsabilità di valutare, legiferare, dislocando risorse per quella categoria di addetti alla cura, le cose si fanno molto complicate e ancora di più le cose si complicano per quell’ordine professionale che di quella categoria ha la responsabilità di sostenerne la rilevanza sociale ed economica.

Come si fa ad avere il “potere di curare” (la legittimità) da una posizione così precaria, priva degli strumenti operativi della medicina come il farmaco, la TAC e il bisturi?

La fiducia verso l’operatore della parola, non supportato dalla scienza medica (a volte sopportato come protesi) non può in questo caso che vincolarsi ad una serie di pratiche agite dalle rappresentanze sotto forma di strategie e tattiche che entrano nel campo della retorica, del marketing e della promozione di se stessi (come individui e come categoria professionale). Questo atteggiamento, sia chiaro al lettore, attraversa tutto il campo della “cura con la parola” e quindi non è una questione che riguarda solo gli psicoterapeuti e il loro ordine. Educatori, pedagogisti, counselors e psicanalisti condividono il campo di battaglia della cura attraverso la parola e non tutti sono professionisti “ordinati”. Alcuni ora vincono e poi perdono (davanti a un giudice spesso), alcuni di disegnano un mondo altro nel quale il problema viene eluso, e questo – a mio parere – dimostra che non c’è soluzione facile alla questione. Forse non c’è una soluzione e basta.

La pandemia ha stravolto il sistema e ora ognuno deve ritrovare la fiducia, non tanto in se stesso (non solo in se stesso), quanto nello sguardo del nuovo mercato che riscrive (lo sta già facendo da tempo…) la lista di chi per lui ha un’utilità come lavoratore e come portatore di un sapere economicamente spendibile. Si salva, per questo mercato, chi produce plus valore e soccombe chi non serve a niente. Per questo mercato è così.

In questa certezza di un futuro incerto siamo immersi in un numero che è più elevato di quel 63% di cui parla il sondaggio dell’Istituto Piepoli e la soluzione ad ansia e panico andrebbe ricercata dentro la produzione di un sociale differente, di legami di solidarietà che non hanno come finalità l’utile, ma la reciprocità e la condivisione. Così, al di là dei sondaggi, vedrei le categorie che quel mercato vecchio e mortifero sta relegando alla marginalità e all’inutilità, ad aprirsi verso una prospettiva di dialogo e di scambio reciproco. Chi si pone al comando di una categoria professionale debole, come è nei fatti quella degli psicoterapeuti, dovrebbe partire dal presupposto che accanirsi nel produrre numeri per “riportare i clienti a bottega” è un’operazione che non solo è oggi più che mai fallimentare, ma contiene in sé quell’effetto perverso di lavorare per la propria autodistruzione (su questo la sociologia ha detto molto).

Per concludere, pagato il tributo al proprio malessere psicologico magari (per chi ha fiducia) andandoci dallo psicoterapeuta, poi dovremmo -una volta “curati” – affrontare la realtà: altrimenti vuol dire che quella cura non serve a niente, perché il mondo sarà sempre peggio e l’ansia, la paura e il panico ci mettono un attimo a tornare e per affrontarli non basterà di certo la parola dello psicologo.

Ecologia politica / espertocrazia

André Gorz, una delle menti più visionarie della sociologia del lavoro del secolo scorso, avrebbe oggi molto da insegnarci su quanto sta accadendo a livello planetario. Sicuramente rifletterebbe su quello che si presenta agli occhi di tutti come un cortocircuito tra il capitalismo (nelle due versioni, neoliberista e di stato) e l’ecosistema. Sulla questione André Gorz aveva detto molto, tempo fa.

Uno dei suoi scritti a mio parere più illuminante sull’oggi è: “L’ecologia politica tra espertocrazia e autolimitazione” (Gorz, 1992). Si tratta di un articolo al centro del quale vi è il tema dell’indifferenza da parte della politica verso la questione ecologica. Gli Stati intendono tale questione solo in termini di qualcosa da gestire, amministrare e contenere per permettere al modello neoliberista di perseguire i suoi scopi. Alla politica spetta il compito di creare le condizioni affinché il Capitale possa agire senza troppi vincoli.

L’indifferenza dei governi alla messa in campo di una ecologia politica ha prodotto in questi ultimi 150 anni danni enormi alla natura e ora a quello che identifichiamo come il “nostro ambiente naturale”. Perché giustamente Gorz differenzia natura e ambiente. Quello che noi pensiamo come “nostro ambiente naturale” – è chiaro allo sguardo di tutti – già da molto tempo ha conservato ben poco di naturale.

Scrive Gorz:

Le politiche di “preservazione dell’ambiente naturale” non tendono affatto (…) a differenza dell’ecologia politica, a una pacificazione dei rapporti con la natura o alla “riconciliazione” con essa; esse tendono ad amministrarla prendendo in conto la necessità di preservarne almeno le capacità di autorigenerazione fondamentali. Da questa necessità si dedurranno le misure che si impongono nell’interesse dell’umanità intera e al rispetto delle quali gli Stati dovranno vincolare gli operatori economici e i consumatori individuali.

Prosegue questa riflessione affermando come i vincoli ecologici così definiti si tradurranno semplicemente in divieti, regolamentazioni amministrative, sanzioni, ecc. Quindi dalla sola amministrazione del problema, in assenza di una vera e propria ecologia politica, non potrà che determinarsi nel futuro prossimo (che è ora) una deriva verso l’eteroregolazione del funzionamento della società. La nostra “ecocompatibilità” sarà così indipendente dall’intenzione propria degli attori sociali.

In altri termini l’irresponsabilità di una politica non-ecologica e solamente – più o meno – ecocompatibile (che disegni un ambiente ancora sfruttabile dal capitale), ha portato tutti noi nella condizione attuale di dover fare i conti con l’incompatibilità tra salute, lavoro e ambiente. Perché l’ambiente, quello reale che rivendica la sua natura naturale, non ammette ulteriori interventi da parte di noi umani.

Non limitandoci alla manutenzione dell’esistente, abbiamo ecceduto con il nostro umanizzare la natura, colonizzando di essa oltre il sostenibile. Questo è un dato di fatto. Ma Gorz – e qui sta la sua attualità – aggiunge un elemento in più all’analisi: questa indifferenza all’approssimarsi al limite, nascosta nell’ecocompatibilità, produce e produrrà sempre maggiori limitazioni alla nostra libertà in termini politici. Questo perché in nome ora della difesa di ciò che non si è difeso sino ad ora (natura e bios), possono e potranno giustificarsi interventi estesi di controllo, sorveglianza e nel campo economico di austerità. Austerità che naturalmente verrà rigettata sulle classi più deboli (alle quali dovrebbe essere garantito, come affermano i più attenti, un reddito di esistenza).

Che questo che stiamo vivendo sia politicamente uno stato, non tanto di eccezione, quanto di emersione di un eccesso, lo si può notare dall’immissione forzata sulla scena di misure che, eccedendo la normale amministrazione (quella sino ad ora sufficiente a contenere i danni e a garantire consenso agli amministratori), prevedono ora l’applicazione di norme in cui si rileva una sorta di disinteresse, indifferenza, verso il nostro status precedente l’avvento del virus. Privati (temporaneamente?) della possibilità di esercitare le nostre normali attività quotidiane, vediamo piano piano erose quelle sicurezze che hanno definito la nostra posizione sociale pre-virus. E non siamo in grado di ricondurre questo processo di erosione a qualcosa che tutti abbiamo contribuito a produrre (in verità non tutti, e molti in modo inconsapevole …). Se ci pensiamo uno, dei meccanismi che da tempo stava disegnando la condizione attuale, è stato una forma macro di distanziamento sociale. Si tratta di quel distanziamento sociale come regola economica necessaria per immunizzare il nostro ambiente dal contagio dello sfruttamento più estremo definito dal capitale sull’uomo. Il distanziamento in parole povere dalla miseria imposta agli altri come strategia per garantire al nostro ambiente, ora meno immune, un utile di lungo periodo. Quel distanziamento sociale dai lavoratori del laboratorio tessile in Bangladesh, dagli schiavizzati nella miniera di Coltan in Congo e che abbiamo mancato di legare al distanziamento progressivo che si stava producendo qui, da noi, dai colleghi più anziani in difficoltà, dai lavoratori esternalizzati che sopravvivono con il 30% di stipendio in meno facendo lo stesso lavoro di quelli che ce l’hanno fatta ad avere il posto giusto.

Detto questo e tornando a Gorz, ora aspettiamoci una espertocrazia che, ponendosi a capo dei nostri paesi ex-immuni, ci racconti come se ne esce. Che ce lo racconti insomma e quindi che crei un’altra realtà virtuale, per continuare ancora (come direbbe Lacan…) a godere di qualche privilegio.

Psichiatrizzare l’isolamento?

Accendo Radio Tre e alla trasmissione “Tutta la città ne parla” il tema del dibattito è: solitudine e depressione ai tempi del virus. Al solito, gli ospiti: psichiatri, psicologi e uno scrittore depresso (molto depresso).

I due livelli, quello della ricerca – vista l’eccezionale occasione che questo virus offre allo sguardo degli analisti da laboratorio, perché non approfittarne? – e quello dell’intervento (che fare?) si incontrano nella testimonianza dello scrittore depresso che ha scritto un libro sulla vita di un uomo depresso e solo. Il caso clinico e la rappresentazione sociale della depressione prossima, o già in essere, causata dall’isolamento forzato si fondono in un discorso che si conclude con un allarme condiviso dagli esperti: occorre fare qualcosa. Subito e in prospettiva.

Allargare il campo di intervento, aprire le linee di telefono amico, fare psicoterapia on line, non fare sentire soli i più esposti. Perché la depressione è lì, dietro l’angolo. Un rischio globale ai tempi del virus.

Naturalmente c’è del vero in tutto questo, ma si tratta di una verità all’interno di una prospettiva dove l’epidemiologia è vacillante, mancante di certezze (che speriamo invece siano tali per quanto riguarda la ormai famosa curva del contagio). Perché è vacillante? Perché il rapporto tra la clinica della depressione e il fatto sociale della pandemia che è l’incontro di un fatto Reale (il corpo che si ammala) con la contenzione forzata dei corpi nelle loro (quando ce l’hanno) abitazioni su disposizione dell’autorità è un rapporto supposto da una disciplina medica incerta e zoppicante qual è la psichiatria. Che detto in altri termini significa che un dato oggettivo (ma lo dice poi la psicoanalisi di Freud, se non erro) negativo produce un sentimento depresso e malinconico che ha una temporalità e che occorre, per poterlo elaborare, di un attraversamento soggettivo, in solitudine. Si tratta di analisi, di elaborazione intima, di qualcosa che mette a confronto ognuno con sé stesso. E che in questo momento sia opportuno psichiatrizzare questo dato oggettivo piuttosto che incentivare le persone a fare più telefonate agli amici, ai conoscenti e, perché no, ai parenti (quelli meno serpenti), non mi pare di grande aiuto. Piuttosto mi sembra che a certi professionisti (spero pochi) piaccia agitare lo spettro di qualcosa che di reale ha ben poco per avere un ritorno di immagine ed economico.

La solitudine è sempre esistita e a me sinceramente preoccupano di più le forme di isolamento dell’altro di cui ognuno di noi, nella normalità quotidiana senza pandemie, si rende complice, piuttosto che la condizione di isolamento che ora ci accomuna. Di quell’atteggiamento che allontana ed isola l’altro (specie quando vive delle difficoltà) nel tempo “sano” dovremmo occuparcene tutti, sempre. Non solo ora.

P.S.: Per gli amici e conoscenti: sentiamoci telefonicamente in questi giorni, scriviamoci. Facciamolo tutti. Un abbraccio.

Il nuovo tempo dei senza-corpi

Dopo due settimane di clausura siamo individualmente coinvolti dall’invasione dei senza-corpi. Sono i corpi che non vediamo più, guardando fuori. Li abbiamo interiorizzati, li immaginiamo mentre riempiono le strade, prendono l’autobus, giocano nei parchi ora vuoti. Abbiamo s-corporato la socialità dei corpi dal nostro quotidiano, relegandola all’immaginazione, l’abbiamo messa tra parentesi (parenti compresi), stipandola dentro i nostri telefonini e nei nostri pc.

I senza-corpi siamo anche noi per i nostri cari e i nostri cari per noi. Temporaneamente distanti e in un altro modo, forse, più vicini.

Ora noi, corpi senza-corpi, siamo in un tempo sospeso e questa cosa del virus ci sta rendendo più riflessivi, introspettivi e – perché no – più impegnati come soggetti politici, nel senso di interpreti attivi del nostro tempo. Schierati, preoccupati e assertivi verso il Politico, siamo tutti coinvolti in una neo-orizzontalità che poco ha del virtuale perché connessa non da un effimero desiderio di allargare la percezione, ma intrecciata all’Altro da un rischio comune che riguarda la nostra vita, i nostri corpi.

Se penso ad alcuni miei amici, frequentatori poco assidui dei social, noto un cambio di registro. Prima della pandemia postavano giri in bici, foto di gite in montagna e foto dei piatti consumati al ristorante: ora linkano e commentano gli interventi di esperti di geopolitica, sociologia, psicoanalisi, epidemiologia, e di politica ambientale. Oppure, e questa è per me una bella sorpresa, essi stessi scrivono lunghi post con analisi e narrazioni (più o meno romanzata) del loro quotidiano. E scrivono non solo bene, ma anche cose a volte molto più interessanti di quelle postate dagli addetti ai lavori. Insomma si esprimono, uscendo allo scoperto (mi raccomando, non all’aperto…).

Poi invece, ci sono alcuni degli addetti ai lavori (gli opinionisti), quei pochi esperti che ti ritrovi tra le tue “amicizie” che cominciano – forse tra la scrittura di un elzeviro e un’intervista – a postare il pane fatto in casa, le foto delle piante che cominciano a fiorire con l’arrivo della primavera sui loro balconi, i disegni dei loro bimbi e magari i secchi con il detersivo con i quali detergono i loro appartamenti.

Gli “intellettuali”, quelli che mai avremmo osato contraddire nel loro esprimersi da esperti, acquistano improvvisamente una certa corporeità familiare e i loro post non li noti quasi più, mischiati e contaminati come sono con quelli abituali e sempre presenti di noi, not-influencer-people. Meno snob, più normal people i vip dell’opinione aprono le loro casa agli italiani.

La paura e la noia, sottoprodotto del covid-19, pare stiano operando in qualche modo per un cambiamento del legame comunitario (una comunità più sociale di quella social a cui siamo stati abituati sinora) e chissà che questo non sposti piano piano qualcosa; chissà che non salti quello schema interiorizzato dai più, che ci ha assuefatti ad un certo timore reverenziale verso il “campo intellettuale” e verso la nostra capacità personale di elaborare riflessioni sulla complessità di questi tempi. Quel terreno desertificato dall’evitamento della dialettica sociale ( o rimozione?), topos ideale per il potere costituito/istituito, indifferente alla voce di coloro il cui tempo per la riflessione e l’impegno politico spesso è negato e annegato in una quotidianità mangiata da lavori invasivi, pervasivi (tossici) che allontanano molti di noi dal dibattito pubblico. Una quotidianità dove il tempo per il pensiero per l’Altro viene semplicemente rubato, mercificato o denigrato. Una quotidianità dove non siamo nella condizione di essere padroni nemmeno del nostro pensiero.

Dunque, oggi, siamo in presenza tutti di un tempo forzatamente e/o finalmente liberato in cui qualcuno c’è, è presente, è lì da qualche parte disponibile con il suo di tempo liberato ad ascoltarti e a dibattere su qualcosa che ci riguarda: tutti. Qualcosa che ci lega e che ha e avrà forse nel futuro prossimo una valenza politica rilevante e rivelante. Facciamocene qualcosa (porcovirus!).

Eccezionale veramente?

In un bell’articolo uscito stamattina su Il Manifesto, Sarantis Thanopulos, psicoanalista e saggista, ritorna sul tema dello “stato di eccezione”.*

Alcuni giorni fa era stato Giorgio Agamben ad averne parlato sempre dalle pagine de Il Manifesto** e molti tra giornalisti ed intellettuali avevano sottolineato con stupore il modo un po’ sintetico e “facile”, differente al suo solito argomentare molto complesso e approfondito, con il quale si era espresso. Anche sui social in tanti si sono scatenati a definire lo scritto di Agamben, qualcosa di imbarazzante ed esagerato per il momento storico che stiamo attraversando a causa dell’emergenza covid-19.

Lo stato di eccezione è un concetto che deriva dalla scienza politica e nello specifico è centrale nelle teorizzazioni di Carl Schmitt, filosofo, politologo e giurista tedesco (1888 – 1985) sull’essenza della sovranità. Riprendendo in mano un testo di Paolo Pombeni, studiato ai tempi dell’Università, che tratta il tema dei partiti e dei sistemi politici nella storia contemporanea leggo a pag. 39:

(…) Schmitt ha ritenuto di poter trovare l’essenza della sovranità alla luce del “caso di eccezione”: cioè è sovrano colui che nel momento eccezionale, quando non sono applicabili le normali procedure di formazione della volontà politica, può assumersi il potere di trasformare la propria decisione in legge.

Più avanti nella stessa pagina, obiettando a Schmitt che è la norma ad essere sovrana e non colui che momentaneamente si trova a governare il momento “eccezionale”, Pombeni scrive:

Si può anche obiettare che lo stesso concetto di “eccezionale” per questi casi è dubbio: gli esempi che di solito si fanno, la guerra o la calamità naturale, non sono delle eccezioni, ma delle fattispecie del tutto normali e previste, solo che si spera siano rare.

Per non farla troppo lunga e per tornare ad Agamben e ai suoi detrattori o fan, mi chiedo – e non credo su questo qualcuno possa, in questa fase, rispondere (forse dopo l’emergenza…)- se questo Coronavirus sia, non solo stato previsto come una possibilità nella normalità dell’amministrazione del nostro Paese, ma anche se chi, compreso Agamben e lo stesso Thanopulos che stamattina ha ripreso il tema dello “stato di eccezione”, non volessero piuttosto riferirsi a qualcosa che si presenta come totalmente nuovo e che la risposta che il governo ha dato non sia solo una fredda applicazione di una normatività come se questa fosse una normalità. Senza prevederne la portata o preoccuparsi troppo delle conseguenze (come sottolinea ottimamente Thanopulos nel suo articolo di stamattina) che questo provvedimento può provocare ora e nel futuro prossimo al nostro stato psichico.

*https://ilmanifesto.it/la-profilassi-come-eccezione-alla-vita/

**https://ilmanifesto.it/lo-stato-deccezione-provocato-da-unemergenza-immotivata/