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Il risentimento dell’incompreso

C’è un atteggiamento diffuso che percepisco nei discorsi ai quali partecipiamo un po’ tutti in rete in questi giorni di esposizione nella socialità digitale. Questo atteggiamento, che nella mondanità dei nostri tempi evidenzia la postura blasé*, nella socialità risucchiata nei social dal virus, svela l’altra faccia della medaglia: il risentimento dell’incompreso.

Siamo tutti arrabbiati, infastiditi dal dover stare rinchiusi per ordini superiori: il nostro comune Datore di Lavoro, che ha azzerato le più o meno sopportabili sudditanze alle quali siamo sottoposti nel quotidiano, ha deciso così per (quasi) tutti. Le ambizioni, le aspettative per il futuro, il riconoscimento, benzina per il motore della società individualizzata crolla, o quantomeno vacilla, di fronte a qualcosa che lo supera in potenza. “Sopportare questo proprio ora che ero a un passo dalla promozione!” “Il contratto è annullato, Lei può capire che, vista la situazione…” “Purtroppo siamo costretti a licenziare”. Tutti (quasi), costretti a uno o a tanti passi indietro.

Questa situazione si dice, o meglio lo dicono gli psicologi, produca fondamentalmente depressione. Forse.

Questa situazione, per stare al presente, produce sicuramente risentimento.

Un risentimento che non accolto passa ad essere risentimento incompreso e poi, dopo, forse, depressione. E risentimento e incomprensione hanno a che fare il primo con la questione della Giustizia e la seconda con quella del Senso. “Non è giusto che accada questo a me, proprio ora che…”, “Per colpa dei cinesi, adesso ci tocca…”: in molti a dire che quello che sta accadendo “non è giusto”. Poi: “E’ incredibile, questa cosa non ha senso…”.

Legati insieme risentimento e incomprensione sono un mix esplosivo. Perché creano schegge, frammenti di umanità che cercano complicità per portare sulla scena (il dopo) le proprie ragioni come fossero verità.

Sul risentimento Nietzsche ha detto nella sua Genealogia della morale:

 “Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che in ciò non c’è alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini”

Il virus è più forte di noi e per lui siamo (per ora) agnelli. Le leggi dello Stato sono più forti di noi e per loro siamo agnelli.

Che farcene allora del risentimento? Ognuno ci pensi in questi giorni.

Se penso all’incomprensione come sentimento vado con la mente ad un vecchio film di Comencini del 1966, “Incompreso”, che raccontava vicende tristissime di una famiglia segnata dal lutto materno. Tratto da un libro di un certo Montgomery è la storia di un bambino, orfano di madre, che tenta in tutti i modi di manifestare al padre il suo dolore per il lutto materno, ma lo fa manifestando comportamenti oppositivi e devianti mostrando all’esterno di sé esattamente il contrario di ciò che avrebbe intenzione di comunicare. Insomma per farla breve costui, povero, vorrebbe tanto far capire quanto sta male per essere accudito e compreso, ma non ce la fa. Fa il contrario, rimanendo così imbrigliato nella sua dolorosa prigione di incompreso.

Nel campo della psicoanalisi certe vicende di incomprensione si potrebbero inquadrare nel cosiddetto “complesso di intrusione” che, semplificando, è quella cosa dove, nell’infanzia, il primogenito, incazzato per la nascita di un fratellino comincia a fare a lui dispetti e a frignare per attirare l’attenzione della mamma tutta concentrata sul nuovo nascituro. E infatti nel film c’è poi un fratello minore di cui il protagonista risulta essere una sorta di persecutore inconsapevole. Il portatore del complesso di intrusione non lo fa apposta, è normale che faccia così: sta ai genitori non affidare a questo comportamento troppa attenzione. L’incompreso, comprenderà con i suoi tempi. Dovrà però fare questo passaggio di comprensione in solitudine perché i bravi genitori, affinché superi il complesso, non gli daranno una mano.

In rete questo sentimento di incomprensione pare diffondersi con l’isolamento a cui ci ha costretti il provvedimento antivirus. Qualcosa che si presentava come sostenibile, compensato, in tempi di normalità, ora che “l’intensità nervosa” (così la chiama Simmel pensando alla metropoli dei primi del ‘900) è confluita nella rete, assume ora forme inedite sul piano soprattutto dell’espressione. L’incomprensione e il risentimento che ad essa si associa, in rete non ha, come il virus, limiti: anche perché la rete non svolge alcuna funzione genitoriale (pur avendo gigantesche funzioni di sorveglianza e controllo). Il mondo virtuale prende atto e niente di più e nulla può di fronte al sentimento di sentirsi incompresi di coloro che la frequentano. La rete a questo risentimento fa da cassa di risonanza, facendola diventare impotenza. L’impotenza del risentimento dell’incompreso.

Senza il buon vecchio riconoscimento di un tempo (che produce quel sottile godimento quotidiano), guadagnato con il sudore sul posto di lavoro, a capo chino o leggermente inclinato, in palestra a fare i muscoli, dall’estetista per resistere al tempo che passa, che cosa ce ne facciamo, ora che c’è il virus, del risentimento e dell’incomprensione?

Pensiamoci, prima di diventare depressi.

P.S.: per quelli che vedono la possibilità della rivoluzione, si concentrino prima a superare il varco del riconoscimento personale (è lo scoglio più difficile).

* “Concetto introdotto dal sociologo Georg Simmel, secondo il quale una delle più tipiche caratteristiche dell’ambiente metropolitano è l’atteggiamento blasé. A causa di una sovrastimolazione sensoriale offerta dalla città, l’individuo ostenta indifferenza e scetticismo, rispondendo in maniera smorzata a un forte stimolo esterno proprio in conseguenza di stimolazioni nervose in rapido movimento. Il cittadino, sottoposto a continui stimoli, in qualche modo si abitua, diviene meno recettivo. Il susseguirsi quotidiano di notizie ed emozioni fa divenire tutto normale, consuma le energie. Così subentra un’incapacità di reagire a sensazioni nuove con la dovuta energia.” (tratto dal sito: sociologicamente.it) 

Psichiatrizzare l’isolamento?

Accendo Radio Tre e alla trasmissione “Tutta la città ne parla” il tema del dibattito è: solitudine e depressione ai tempi del virus. Al solito, gli ospiti: psichiatri, psicologi e uno scrittore depresso (molto depresso).

I due livelli, quello della ricerca – vista l’eccezionale occasione che questo virus offre allo sguardo degli analisti da laboratorio, perché non approfittarne? – e quello dell’intervento (che fare?) si incontrano nella testimonianza dello scrittore depresso che ha scritto un libro sulla vita di un uomo depresso e solo. Il caso clinico e la rappresentazione sociale della depressione prossima, o già in essere, causata dall’isolamento forzato si fondono in un discorso che si conclude con un allarme condiviso dagli esperti: occorre fare qualcosa. Subito e in prospettiva.

Allargare il campo di intervento, aprire le linee di telefono amico, fare psicoterapia on line, non fare sentire soli i più esposti. Perché la depressione è lì, dietro l’angolo. Un rischio globale ai tempi del virus.

Naturalmente c’è del vero in tutto questo, ma si tratta di una verità all’interno di una prospettiva dove l’epidemiologia è vacillante, mancante di certezze (che speriamo invece siano tali per quanto riguarda la ormai famosa curva del contagio). Perché è vacillante? Perché il rapporto tra la clinica della depressione e il fatto sociale della pandemia che è l’incontro di un fatto Reale (il corpo che si ammala) con la contenzione forzata dei corpi nelle loro (quando ce l’hanno) abitazioni su disposizione dell’autorità è un rapporto supposto da una disciplina medica incerta e zoppicante qual è la psichiatria. Che detto in altri termini significa che un dato oggettivo (ma lo dice poi la psicoanalisi di Freud, se non erro) negativo produce un sentimento depresso e malinconico che ha una temporalità e che occorre, per poterlo elaborare, di un attraversamento soggettivo, in solitudine. Si tratta di analisi, di elaborazione intima, di qualcosa che mette a confronto ognuno con sé stesso. E che in questo momento sia opportuno psichiatrizzare questo dato oggettivo piuttosto che incentivare le persone a fare più telefonate agli amici, ai conoscenti e, perché no, ai parenti (quelli meno serpenti), non mi pare di grande aiuto. Piuttosto mi sembra che a certi professionisti (spero pochi) piaccia agitare lo spettro di qualcosa che di reale ha ben poco per avere un ritorno di immagine ed economico.

La solitudine è sempre esistita e a me sinceramente preoccupano di più le forme di isolamento dell’altro di cui ognuno di noi, nella normalità quotidiana senza pandemie, si rende complice, piuttosto che la condizione di isolamento che ora ci accomuna. Di quell’atteggiamento che allontana ed isola l’altro (specie quando vive delle difficoltà) nel tempo “sano” dovremmo occuparcene tutti, sempre. Non solo ora.

P.S.: Per gli amici e conoscenti: sentiamoci telefonicamente in questi giorni, scriviamoci. Facciamolo tutti. Un abbraccio.

Il nuovo tempo dei senza-corpi

Dopo due settimane di clausura siamo individualmente coinvolti dall’invasione dei senza-corpi. Sono i corpi che non vediamo più, guardando fuori. Li abbiamo interiorizzati, li immaginiamo mentre riempiono le strade, prendono l’autobus, giocano nei parchi ora vuoti. Abbiamo s-corporato la socialità dei corpi dal nostro quotidiano, relegandola all’immaginazione, l’abbiamo messa tra parentesi (parenti compresi), stipandola dentro i nostri telefonini e nei nostri pc.

I senza-corpi siamo anche noi per i nostri cari e i nostri cari per noi. Temporaneamente distanti e in un altro modo, forse, più vicini.

Ora noi, corpi senza-corpi, siamo in un tempo sospeso e questa cosa del virus ci sta rendendo più riflessivi, introspettivi e – perché no – più impegnati come soggetti politici, nel senso di interpreti attivi del nostro tempo. Schierati, preoccupati e assertivi verso il Politico, siamo tutti coinvolti in una neo-orizzontalità che poco ha del virtuale perché connessa non da un effimero desiderio di allargare la percezione, ma intrecciata all’Altro da un rischio comune che riguarda la nostra vita, i nostri corpi.

Se penso ad alcuni miei amici, frequentatori poco assidui dei social, noto un cambio di registro. Prima della pandemia postavano giri in bici, foto di gite in montagna e foto dei piatti consumati al ristorante: ora linkano e commentano gli interventi di esperti di geopolitica, sociologia, psicoanalisi, epidemiologia, e di politica ambientale. Oppure, e questa è per me una bella sorpresa, essi stessi scrivono lunghi post con analisi e narrazioni (più o meno romanzata) del loro quotidiano. E scrivono non solo bene, ma anche cose a volte molto più interessanti di quelle postate dagli addetti ai lavori. Insomma si esprimono, uscendo allo scoperto (mi raccomando, non all’aperto…).

Poi invece, ci sono alcuni degli addetti ai lavori (gli opinionisti), quei pochi esperti che ti ritrovi tra le tue “amicizie” che cominciano – forse tra la scrittura di un elzeviro e un’intervista – a postare il pane fatto in casa, le foto delle piante che cominciano a fiorire con l’arrivo della primavera sui loro balconi, i disegni dei loro bimbi e magari i secchi con il detersivo con i quali detergono i loro appartamenti.

Gli “intellettuali”, quelli che mai avremmo osato contraddire nel loro esprimersi da esperti, acquistano improvvisamente una certa corporeità familiare e i loro post non li noti quasi più, mischiati e contaminati come sono con quelli abituali e sempre presenti di noi, not-influencer-people. Meno snob, più normal people i vip dell’opinione aprono le loro casa agli italiani.

La paura e la noia, sottoprodotto del covid-19, pare stiano operando in qualche modo per un cambiamento del legame comunitario (una comunità più sociale di quella social a cui siamo stati abituati sinora) e chissà che questo non sposti piano piano qualcosa; chissà che non salti quello schema interiorizzato dai più, che ci ha assuefatti ad un certo timore reverenziale verso il “campo intellettuale” e verso la nostra capacità personale di elaborare riflessioni sulla complessità di questi tempi. Quel terreno desertificato dall’evitamento della dialettica sociale ( o rimozione?), topos ideale per il potere costituito/istituito, indifferente alla voce di coloro il cui tempo per la riflessione e l’impegno politico spesso è negato e annegato in una quotidianità mangiata da lavori invasivi, pervasivi (tossici) che allontanano molti di noi dal dibattito pubblico. Una quotidianità dove il tempo per il pensiero per l’Altro viene semplicemente rubato, mercificato o denigrato. Una quotidianità dove non siamo nella condizione di essere padroni nemmeno del nostro pensiero.

Dunque, oggi, siamo in presenza tutti di un tempo forzatamente e/o finalmente liberato in cui qualcuno c’è, è presente, è lì da qualche parte disponibile con il suo di tempo liberato ad ascoltarti e a dibattere su qualcosa che ci riguarda: tutti. Qualcosa che ci lega e che ha e avrà forse nel futuro prossimo una valenza politica rilevante e rivelante. Facciamocene qualcosa (porcovirus!).

Eccezionale veramente?

In un bell’articolo uscito stamattina su Il Manifesto, Sarantis Thanopulos, psicoanalista e saggista, ritorna sul tema dello “stato di eccezione”.*

Alcuni giorni fa era stato Giorgio Agamben ad averne parlato sempre dalle pagine de Il Manifesto** e molti tra giornalisti ed intellettuali avevano sottolineato con stupore il modo un po’ sintetico e “facile”, differente al suo solito argomentare molto complesso e approfondito, con il quale si era espresso. Anche sui social in tanti si sono scatenati a definire lo scritto di Agamben, qualcosa di imbarazzante ed esagerato per il momento storico che stiamo attraversando a causa dell’emergenza covid-19.

Lo stato di eccezione è un concetto che deriva dalla scienza politica e nello specifico è centrale nelle teorizzazioni di Carl Schmitt, filosofo, politologo e giurista tedesco (1888 – 1985) sull’essenza della sovranità. Riprendendo in mano un testo di Paolo Pombeni, studiato ai tempi dell’Università, che tratta il tema dei partiti e dei sistemi politici nella storia contemporanea leggo a pag. 39:

(…) Schmitt ha ritenuto di poter trovare l’essenza della sovranità alla luce del “caso di eccezione”: cioè è sovrano colui che nel momento eccezionale, quando non sono applicabili le normali procedure di formazione della volontà politica, può assumersi il potere di trasformare la propria decisione in legge.

Più avanti nella stessa pagina, obiettando a Schmitt che è la norma ad essere sovrana e non colui che momentaneamente si trova a governare il momento “eccezionale”, Pombeni scrive:

Si può anche obiettare che lo stesso concetto di “eccezionale” per questi casi è dubbio: gli esempi che di solito si fanno, la guerra o la calamità naturale, non sono delle eccezioni, ma delle fattispecie del tutto normali e previste, solo che si spera siano rare.

Per non farla troppo lunga e per tornare ad Agamben e ai suoi detrattori o fan, mi chiedo – e non credo su questo qualcuno possa, in questa fase, rispondere (forse dopo l’emergenza…)- se questo Coronavirus sia, non solo stato previsto come una possibilità nella normalità dell’amministrazione del nostro Paese, ma anche se chi, compreso Agamben e lo stesso Thanopulos che stamattina ha ripreso il tema dello “stato di eccezione”, non volessero piuttosto riferirsi a qualcosa che si presenta come totalmente nuovo e che la risposta che il governo ha dato non sia solo una fredda applicazione di una normatività come se questa fosse una normalità. Senza prevederne la portata o preoccuparsi troppo delle conseguenze (come sottolinea ottimamente Thanopulos nel suo articolo di stamattina) che questo provvedimento può provocare ora e nel futuro prossimo al nostro stato psichico.

*https://ilmanifesto.it/la-profilassi-come-eccezione-alla-vita/

**https://ilmanifesto.it/lo-stato-deccezione-provocato-da-unemergenza-immotivata/

Dacci oggi il nostro panico quotidiano

Saltano gli schemi, si incrinano gli schermi.

Qualcuno dietro gli schermi, in qualche modo, tenta di tenere in mano la situazione riproponendosi sulla scena come autorevole e capace di imporre la sua autorità. Nel discorso agli italiani. In questo compito non può che presentarsi sulla scena chi governa: deve farlo.

Poi però c’è il codazzo, quelli che Zygmunt Bauman chiama nel suo libro “La decadenza degli intellettuali”, gli interpreti: ruolo destinato a intellettuali che da molto tempo si sono autodefiniti tali tra di loro. Nel nostro Paese, forse come in nessun altro, gli interpreti spesso corrispondono ai volti televisivi dei talk show serali mostrandosi come opinionisti di livello superiore. Se gli schemi, là fuori e qui dentro ognuno di noi, sono saltati, gli schermi tengono ancora botta, come si dice… si stanno solo incrinando. Il vetro della tv soprattutto, sostiene e ripara il discorso da un possibile “contagio del reale” gli opinionisti, ora semplici maggiordomi di un potere che a poco a poco pare (evviva) “fottersene” di loro.

Capita così che Fabio Fazio domenica scorsa, affiancato come fosse la sua bombola di ossigeno, dal virologo Burioni (a proposito, è uscito un suo nuovo libro!), venga ignorato dal ministro Speranza mentre pronuncia il suo discorso istituzionale alla nazione sulla situazione sanitaria e sulle procedure messe in atto per contrastare l’avanzare dell’epidemia. I tentativi di entrare nel discorso ministeriale da parte del conduttore tv falliscono miseramente di fronte alla necessità di comunicare del ministro agli italiani, non a Fazio. Lui ci tiene però a sottolineare che lui e la sua trasmissione ci sono, al bisogno.

Ecco, siamo di fronte ad una trasformazione in atto. Qualcosa sta accadendo sul serio, e le tracce del cambiamento le abbiamo a portata di schermo, dove si agita l’intellettualismo cultural-popolar-televisivo. E di riflesso, dallo schermo si arriva nelle stanze del potere. Non c’è Fazio che tenga (io l’apprezzavo così tanto quando faceva l’imitatore…): il nostro panico quotidiano va gestito. Non dalla tv. Da chi ha il potere, almeno sulla carta. Perché il panico mette alla prova l’autorità. E se l’autorità non risponde, il panico diventa caos (vedi la rivolta nel mondo sommerso delle carceri) e violenza.

Giù la maschera per chi fino ad ora ha fatto l’interprete dietro ad uno schermo, e giù la mascherina per chi oggi deve non solo amministrare, ma metterci la faccia per fare uscire il Paese da questa emergenza.

Cronache da Bologna smOrt city

A leggere l’intervista di stamattina a Matteo Lepore*, Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Bologna e papabile candidato per il ruolo di Sindaco alla prossima tornata elettorale, c’è da stare poco “sereni”. Colpa del covid-19.

L’assessore in questione è negli ultimi anni una delle figure della politica locale che più hanno lavorato per lo sviluppo turistico e la trasformazione della città di Bologna in smart city.  In effetti a lui va la responsabilità (per molti il merito, soprattutto per gli appartenenti alla classe media della città) di uno sviluppo enorme di attività commerciali in tutto il settore dell’accoglienza bolognese. Tutta la filiera del turismo in città ha avuto un incremento esponenziale di guadagni nel giro di due/tre anni, ossia da quando Lepore siede sulla poltrona di assessore.

Tutto bene, se non che oggi dal “tutto bene”, nell’intervista rilasciata al Corriere di Bologna, l’assessore disegna uno scenario futuro “tutto male”.

Da smart city, Bologna passa ad un futuro da smOrt city.

Numeri alla mano, dice Lepore,  la Bologna del turismo ha perso in due settimane 150 milioni di euro. Difficile quantificare, ma è vero che se si gira in città di gente se ne vede ben poca. Al flusso turistico si è sostituito uno spiffero di aria fredda che taglia una Piazza Maggiore mai così vuota e che, verso l’imbrunire, riporta la città a qualche cosa che ha a che fare con il Medio Evo. In un certo senso riporta Bologna al suo fascino delle origini. E’ una città che mostra il suo rovescio, la sua bellezza statica. La Bologna che se ne frega di essere diventata smart.

Le soluzioni di Lepore, spiazzato dall’invisibile che frena lo sviluppo dell’edibile (la mortadella e i tortellini per tutti), sono ora rivolte al riportare i remi in barca “orientando e riprogrammando sul turismo italiano”.

Non so: qui a Bologna ci sono venuti tutti da tutta Italia. Chi manca all’appello?

Forse le soluzioni, a parte a Lepore (quante responsabilità!), andrebbero chieste ad altri assessori meno smart, ma di quelli qui a Bologna quasi non se ne sente parlare.

* 4/3/2020, Corriere di Bologna, “Hotel vuoti e cultura ko, Lepore: Persi oltre 10 milioni al giorno”

Tra paranoia e ipocondria*

Due sole appaiono le prospettive per leggere l’eccesso al quale siamo sottoposti dai media che governano la narrazione sulla diffusione del coronavirus: la prospettiva medica e quella burocratico/organizzativa. Due sono le posture che identificano l’eccesso che impedisce ad ognuno, qui dove i fatti si svolgono, l’accesso alla ragionevolezza che sarebbe opportuna di fronte a questa emergenza sanitaria: la prima postura è quella del corpo che da sano diviene un possibile corpo contagiato e la seconda è quella del cittadino libero di circolare in cittadino sottoposto a restrizioni della sua mobilità.
La prima chiave di lettura riguarda la medicina che ci parla (corpo fisico) e ad essa si abbina l’eccesso dell’ipocondria; la seconda è la prospettiva che ci governa nel quotidiano stabilendo tempi e modi dei processi organizzativi nei quali siamo immersi (corpo politico) e ad essa si abbina l’eccesso della paranoia.**

Due sovrastrutture, quelle della sanità e dell’amministrazione pubblica, entrambe sottoposte alle regole di una economia di scambio che decide cosa è utile e per chi è utile agire in un modo o in un altro.
Per l’informazione è utile amplificare entrambe le letture per trarne un valore aggiunto in termini di maggiore fruizione da parte del pubblico coinvolto a più livelli  (di distanza spaziale in questo caso) nell’emergenza.

Il titolo del tema, stabilito dalle regole del mercato dell’informazione, al quale risponde il mondo dei media è: “narrate dell’emergenza e di coloro che hanno il potere di allontanarla da qui”. Il potere sta in chi si dimostra in grado di allontanare la morte dalla vita.

Partiamo dalla questione dell’emergenza, ossia di quella cosa che emerge in superficie dopo essere (evidentemente) stata una cosa sommersa, nascosta alla vista sotto uno spessore di ansia, fatalismo, indifferenza e sicurezza di sé (sé inteso come io, gruppo di riferimento, appartenenza politica, nazionale, etnica, ecc…).

L’emergenza pur appartenendo alla vita di ognuno al suo nascere (emergere alla vita) e morire, nella molle quotidianità di molti e in certe condizioni storiche che accomunano comunità ampie, è un possibile che riguarda, coinvolge, qualcuno che non siamo noi: l’emergenza è, per queste comunità immuni, il differibile dislocato in un tempo che non pare riguardarle (un impossibile) perché in esse “la vita è adesso”, nell’oggi uguale a domani e a ieri. Questa era fino a pochi giorni fa la condizione stabilita storicamente come comunità e biograficamente come individui.

Se riflettiamo, nella storia dell’umanità, la possibilità di non essere immuni a malattie e a conflitti rappresenta la normalità. Alcuni territori nel globo terrestre (quell’Occidente, entità vaga che comprende parti anche lontane tra loro del mondo pensato da ognuno), tra cui il nostro, godono da un tempo che ormai coincide al compimento dell’esistenza di un essere umano dell’immunità da epidemie e dell’assenza di conflitti bellici. La speranza di vivere una vita in pace senza conflitti e malattie è da noi diventata una sorta di certezza. Perché ciò sia accaduto sino ai giorni nostri è qualcosa legato a ragioni complesse che hanno a che fare con lo sviluppo della scienza medica e con pratiche di negoziazione politica efficaci (nel bene e nel male..). Malattie e guerre esistono, ma semplicemente si sono dislocate in un altrove che poco intacca il nostro corpo fisico e politico; di epidemie e conflitti da tempo abbiamo potuto per decenni disinteressarcene, sviluppando una modalità interpretativa, una chiave di lettura dei fatti che si svolgono altrove che si può definire umanitaria.

Ora, in queste settimane, non siamo più di fronte ad un oggetto da interpretare in quanto collocato in un altrove, ma viviamo uno spiazzamento dovuto al fatto che l’altrove è qui e quegli oggetti da interpretare siamo diventati noi. E siamo quindi noi ad essere soggetti (assoggettati) a quelle modalità di interpretazione di un’emergenza che, essendo situata fuori dai confini che ci appartengono, abbiamo sempre esperito con distacco e che invece ora che ci riguarda non possiamo più leggere, oggettivamente, nella solita chiave umanitaria. In questa fase di spiazzamento siamo spinti da chi ha il potere a ri-collocarci nei confini della fiducia nell’altro, e questo altro è rappresentato dalle istituzioni alle quali abbiamo delegato (più o meno consapevolmente) la responsabilità dei nostri corpi (fisici e politici).

A noi ora, soggettivamente, spetta il compito di governare gli eccessi guardandoci allo specchio nelle nostre ipocondrie e nelle nostre paranoie.

*Questo testo introduce il ciclo di trasmissioni radio de “Il disagio nella civiltà” dedicate all’emergenza coronavirus in onda in questo periodo su Radio Onda d’Urto e scaricabili al sito: http://disagio.radiondadurto.org

**Sul tema suggerisco la lettura del testo: M.Revelli, S.Forti, a cura di (2007), Paranoia e politica, Bollati Boringhieri, Torino

La società signorile di Ricolfi

Se avete letto come me l’ultimo libro di Luca Ricolfi*, “La società signorile di massa” converrete con il sottoscritto che lascia l’amaro in bocca.

Luca Ricolfi sta al lettore signorile di massa come un grillo parlante sta di fronte a Pinocchio. Dice come stanno le cose, corredando di dati inconfutabili ciò che dice: è un fastidioso nunzio scientifico di verità… nella società signorile di massa.

Dire la verità sulla società è uno sport diffuso nel nostro Paese, dirla come la dice Ricolfi è qualcosa di più di uno sport: è un dovere professionale. E’ quella differenza che c’è tra chi pratica sport saltuariamente perché deve buttare giù qualche chilo e chi fa sul serio perché in gioco c’è il titolo mondiale. In questo sport che si chiama sociologia (qui direi quantitativa fino al midollo), sono in pochi a potersi permettere di gareggiare con le tesi che esprime il Nostro. Non tanto perché non ci siano menti in grado di affrontarlo sul terreno di elaborazione di numeri e statistiche, quanto perché il suo è uno sport nel quale egli stesso detiene anche il ruolo di disegnatore del campo di gioco. E’ un po’ come se un giocatore di tennis decidesse di disegnarsi la sua parte di campo e poi sfidasse tutti (la società dei tennisti di massa) a batterlo. Nessuno ci riuscirebbe: lui è il vincitore assoluto contro la società dei tennisti di massa che hanno scelto di sfidarlo sul suo campo. Vince facile. E nel suo gioco sociologico, convince (in buona parte anche me).

I suoi tre pilastri della società signorile di massa, enunciati nel testo al capitolo 2, sono duri come il marmo di Carrara. Provate a buttarli giù se ci riuscite. Elenchiamoli dal testo:

“Il primo (…) è l’enorme ricchezza, reale e finanziaria, che – nel giro di circa mezzo secolo – è stata accumulata da due ben precise generazioni: la generazione di quelli che hanno “fatto la guerra” e la generazione di quelli che non ne hanno mai vista una. (…)

Il secondo pilastro è la distruzione della scuola, o meglio il pacchetto di conseguenze che l’abbassamento degli standard dell’istruzione ha prodotto: inflazione dei titoli di studio, rallentamento della produttività, riduzione della mobilità sociale, frustrazione collettiva. (…)

Il terzo pilastro, il più recente, è la formazione in Italia di una infrastruttura paraschiavistica (…) intendo in particolare ma non solo, l’occupazione massiccia di posizioni sociali infime, non di rado genuinamente servili, da parte di un nuovo gruppo sociale: gli stranieri provenienti dall’Est europeo, dall’Africa e più in generale dai paesi (molto) meno ricchi del nostro.”

Tre pilastri che saldamente sorreggono il discorso incontrovertibile di Ricolfi sull’esistenza di una società italiana dove la ricchezza accumulata produce mollezza nelle giovani generazioni, oggi imbrigliate in un doppio-doppio legame (qui il nostro autore gioca facile colpendo il povero lettore signorile di massa/Pinocchio con le teorie di Bateson) che descrive così:

“I produttori sono autonomi perché si sostengono con i proventi del loro lavoro ma, di norma, sono in un rapporto di obbligazione con i propri familiari (e con lo Stato, cui consegnano quasi la metà del loro prodotto). (…) patiscono l’obbligo (…) di rendere possibile il consumo signorile. ovvero l’accesso al surplus da parte dei non-produttori.

I non -produttori, a loro volta, hanno il privilegio di consumare senza lavorare, ma in qualche misura dipendono dalla benevolenza dei produttori, cui spetta l’ultima parola sull’uso del reddito da essi generato.”

Insomma non se ne esce:  i produttori (i padri) legati ai figli (non produttivi) da un amore/odio che passa attraverso il dono/rifiuto di elargire loro del denaro, i non-produttori (i figli) legati ai padri (produttori) da un amore/odio che passa attraverso l’accettare/rifiutare di ricevere da loro del denaro.

Aspettiamo dal Professor Ricolfi, pragmatico sociologo signorile di massa, la soluzione dell’intricato e perverso caso italiano dove forse si può dire, ancora per un po’, che: “si stava meglio quando si stava peggio” (ma in che senso?)…

* L. Ricolfi (2019), La società signorile di massa, La nave di Teseo, Milano

Morgan e il mobbing

Che il litigio tra Morgan e Bugo durante il festival di Sanremo sia falso o vero non è questione che a me interessi molto. Piuttosto trovo interessante come Morgan abbia fatto riferimento più volte alla parola mobbing* durante le sue esternazioni di questi giorni.

Il cantante descrive un vissuto di mobbizzato: qualcuno, qualcosa, dal quale evidentemente lui dipende come lavoratore (il suo padrone? i suoi colleghi?) ha fatto su di lui pressioni per buttarlo fuori dal suo posto di lavoro, per allontanarlo dal luogo dove lui produce quel qualcosa che gli consente di portare a casa il pane.

Strana cosa per un artista usare la parola mobbing.

Il mobbing, secondo la definizione della Treccani è: “una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente e in costante progresso (secondo un andamento a fasi successive, puntualmente enumerate e descritte), in cui una o più persone vengono fatte oggetto di azioni a contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori in una posizione gerarchica superiore, inferiore o di parità, con lo scopo e/o l’effetto di provocare alla vittima danni di vario tipo e gravità.”

Morgan in effetti, nel suo racconto di questi giorni sanremesi, descrive nei particolari tutte le fasi in cui la sua persona è stata “oggetto di azioni a contenuto persecutorio “, ecc… Morgan evidentemente conosce la definizione di mobbing e per questo parla rispetto la sua situazione di mobbing. Morgan ha studiato, da solo, o in compagnia di qualche legale, il suo caso (che dura da un po’ di tempo credo, anche prima del festival) e così ha/hanno stabilito che si tratta di mobbing. Ha/hanno fatto una diagnosi.

Lo so, a questo punto in tanti diranno: ma dai! non si tratta di quella roba lì, guarda che Morgan sta male, molto male. Ha la paranoia, un disturbo di personalità? Delirio di persecuzione? Le sostanze… (questa è quella più gettonata sui social, perché è quella più facile)

Può essere (cosa dicono gli esperti?)…, d’altronde il DSM ha da sempre una risposta e una patologia alla quale ognuno di noi può riconoscersi: lì ce n’è per tutti. Con il DSM basta leggere bene e fare come quando leggi l’oroscopo del tuo segno e dici: incredibile! Ci ha preso! Nel DSM ognuno può trovare, se si impegna nella lettura, qualche pagina che lo ri-guarda. Per una ragione semplice: tutti abbiamo un carattere ( a volte un “caratteraccio”) e poi come non registrare in ognuno sbalzi nel tono dell’umore.

Torniamo a Morgan e al mobbing. Partiamo dal suo posto di lavoro per capire un po’ meglio. Morgan fa (o è?) l’artista. Lavora per sé stesso quindi. Morgan è molto bravo. Lavora bene come artista. Morgan prima vive poi scrive le sue opere (musica e/o parole): così ha detto di sé. Lavora e probabilmente dà da lavorare anche a qualcun’altro. Morgan è fondamentalmente un imprenditore di sé stesso e anche un padrone per qualcuno.

Domanda: chi è il padrone (o i colleghi cattivi) di Morgan che lo vuole buttare fuori? E da dove?

Morgan sa che cos’è il mobbing. Morgan non sa che cos’è il lavoro sotto padrone.

*https://www.youtube.com/watch?v=j1EW_foJBz0

Attualità dell’imposto(re)*

Dopo il voto emiliano romagnolo,  imperversano le analisi. Naturalmente tutte sbagliate e tutte corrette in quanto frutto di riflessioni su qualche cosa che non si mostra e mai potrà mostrarsi alla luce del sole: il nome e cognome sulla scheda elettorale sulla quale il cittadino votante ha lasciato il suo segno. Di lui non si può dire: vaga anonimo e indisturbato per le strade tra la via Emilia e il West.

In questi giorni in ufficio, dal negoziante e negli spogliatoi del calcetto del venerdì sera reciprocamente gli sguardi si sono fatti indagatori: tutti insieme a cercare di capire dove il collega, l’amico e il compagno di giochi abbia tracciato il suo segno domenica 26 dello scorso mese. La questione interessa perché in questa tornata elettorale o si era pro o si era contro. Più che di una elezione (con i programmi, le proposte, le soluzioni…) si trattava di un plebiscito per salvare la patria dal nemico. Quindi niente sfumature, nessuna possibilità di deviare dal compito: o di qua o di là.

Quel che allora qui, lungo la via Emilia, unisce l’analista (del voto altrui) e l’analizzante (il votante) è il setting: l’immaginario padano (con la p minuscola, per non scomodare i miti e i riti…).

Entrambi avvolti nella nebbia gelida come in una scena di Amarcord, gli analisti-opinionisti reali (imperiali a volte) strapagati e il resto del mondo civilizzato-analizzante, costantemente impegnato a spiare le mosse dell’altro sui social network, vagano alla ricerca della verità su ciò che è accaduto qui nella regione che unisce, a prescindere dal trattino che le divide, l’Emilia  e la Romagna, la piadina e la mortadella, i cappelletti e i tortellini.

La verità non la sapremo mai. A questa tornata elettorale, la verità non si è vestita delle ideologie da sventolare in piazza assieme alle tessere in tasca da agitare senza vergogna al bisogno, ma si è travestita nell’adesione all’attualità imposta da chi qui governa (saldamente al centro del palcoscenico, guardando a destra e a sinistra) il discorso di oggi. E il discorso di oggi è:  “O con Salvini o contro Salvini”.

Quindi se volete partecipare (la partecipazione, quella dei manuali più tristi di sociologia) e stare al passo con i tempi, scegliete di stare nell’attualità dell’imposto. State fermi, tenete la posizione. Accettando però la possibilità, probabilissima statisticamente, che nell’imposto ci stia nascosto l’imposto-re, un re per forza (di cose).

Nel 2005 il blogger inglese Mark Fisher si esprimeva così a riguardo del voto ai New Labour di Tony Blair come baluardo contro i conservatori:

“C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un lusso. Scegliere il meno peggio non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello specifico cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è solo temporaneo. Che in un qualche definito momento del futuro le cose miglioreranno se sosteniamo l’ala progressista dello status quo.Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale”.

Quindi per la politica, quella vera, bisognerà superare la logica imposta del (dal) meno peggio. In fondo qui, in terra emiliana, oggi non ci si può lamentare, o meglio ci si lamenta in tanti, ma con la speranza (la certezza) che qui c’è sempre e sempre ci sarà un piatto di tortellini da offrire a tutti, per chi ha fame e per chi semplicemente ha appetito.

*Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito www.carmillaonline.com il 18/2/2020