Il rovescio del sociale – il blog

Nel 1977 Ivan Illich scrive:

Come “imprenditore morale” e come creatore del bisogno delle sue prestazioni, il professionista agisce da sacerdote. Con il suo spirito di crociata, egli agisce come un missionario alla ricerca dei diseredati. Come inquisitore, bandisce gli eretici: impone le sue soluzioni sul ricalcitrante che rifiuta di essere un problema. Questa investitura multiforme a rimuovere una specifica anormalità dell’ambito umano trasforma ogni professione in qualcosa di analogo a un culto ufficiale.

Queste parole contengono una verità difficile da digerire: in primis perché è il Capitale ad imporre a chiunque intenda svolgere una qualsiasi professione di rivestire questo ruolo sacerdotale per affermarsi nel mercato come risolutore di un qualsiasi problema e portare a casa uno stipendio. Quando poi è il sociale lo spazio professionale di elezione del professionista, assumere una postura da esperti, investendosi come risolutori delle tante patologie sociali (reali e no) che affliggono il “mondo”, è molto frequente. Le professioni del sociale sono in forte espansione, catturate anch’esse nella società della prestazione (Han, 2020; Chicchi, 2017) vivono il bisogno indotto di costruire un sociale immaginato che possa presentarsi sulla scena come contesto economico nel quale ritagliare un utile. In questo modo, sposando la ricerca dell’utile, il sociale immaginato da questi professionisti rappresenta il rovescio di quella convivialità di cui parla Illich, nella quale la socialità è frutto della libera espressione dell’attività creatrice di ognuno e generatrice di equità.

Per questo motivo ho creato questo blog: per problematizzare – e discutere con chi vorrà – il presente di questo sociale che spesso si mostra rovesciato in quanto frutto di quella narrazione esercitata da parte di chi da esso cerca un utile (a volte senza esserne consapevole), un valore aggiunto per sé, presentandosi nel mercato dei professionisti come sacerdote tra i sacerdoti.

Paolo Patuelli

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