Nel paese delle mille emergenze, la razionalità lascia spazio alle emozioni e il livello dell’allerta di possibili esondazioni lacrimali viene oltrepassato quasi quotidianamente.
Sull’Emilia Romagna, ormai baluardo per parte dei suoi abitanti (quelli che negli ultimi trent’anni hanno aderito nella pratica al leghismo, anelando all’autonomia differenziata, pur dichiarandosi eredi veri del Partito che fu) della linea cotica del ventre grasso della Padania, si è abbattuta qualche settimana fa una vera alluvione: acqua e fango, frane ed esondazioni di un intricato garbuglio di fiumi, canali e fossi di scolo che delimitano campagne, colline e monti il cui elemento che li unisce è una estrema fragilità idrogeologica. Giorni difficili per le genti di quei luoghi, fatiche immani per tanti che hanno dovuto lavorare di badile, spazzolone e per i più attrezzati, di trattore, idrovore e ruspe. A migliaia sono accorsi per dare una mano, mostrando solidarietà e voglia di aiutare.
In tutto questo marasma c’è chi ha trovato quel senso che una quotidianità siccitosa e piatta non offre quasi mai: il senso dello stare insieme, dell’aiutare: del prendersi cura. E poi sì, ci sono stati tanti selfie badile in mano e guance sporche di fango che hanno invaso i social: roba che scivolerà presto nel dimenticatoio. Ma quel che più ha segnato il dibattito ai piani alti, dove il Paese tutto rischia quotidiane esondazioni di retorica, è stato l’emergere dalle acque fangose di una nuova forma di expertise, nella quale si sono mischiati geologia (di terra, di cielo e di mare), ecologia più o meno politica, futurologia, storia locale e antropologia culturale. Tutto questo si è concentrato su un punto della cartina che tanto ha dovuto tribolare per scrollarsi di dosso negli ultimi decenni quell’identità da divertimentificio attribuitagli (cosa che fa piacere ai tanti nativi che nella dimensione dello sburone e pataca ci si ritrovano) dai tanti villeggianti che dal boom dell’Italia post regime sono involuti allo stile Papeete: la ROMAGNA. La riviera e il suo immaginario malato della febbre del sabato sera hanno surclassato il resto del territorio, quello della Bassa (chi di voi sapeva che esiste Conselice? e avete mai fatto un salto a visitare Sant’Agata sul Santerno?), ferito da tempo in alcune sue parti dagli stessi problemi che assillano il Paese tutto, dove oscurati dall’ombra del ventre molle del benessere vivono anziani in solitudine, immigrati impacchettati a vita nel carrozzone impazzito della logistica, giovani eterni interinali e donne esauste piegate sulle linee del surgelato ortofrutticolo che quotidianamente lottano per starci dentro, Quella dimensione identitaria, un po’ dalla mascella quadrata e un po’ falce e martello (qualcuno gliela spieghi meglio la differenza a chi si confonde…), ha preso la scena come escamotage comunicativo per sottolineare che qualunque cosa accada la ROMAGNA tiene botta. Canottiera e abbronzatura agricola e via a sbadilare per tornare forti come prima. La ROMAGNA (quale?), in buona parte ex-palude ritornerà, spenti i riflettori, nella siccità della pochezza di idee di chi da tempo si sottrae dal governarla, lasciandola in balia degli interessi della grande produzione alimentare (che decide cosa, come e quando coltivare la terra e allevare il bestiame) che sta a braccetto della grande distribuzione (che ha il monopolio delle vendite). Nella Bassa Romagna il testimone della politica è stato passato a giovani sindaci che amministrano quel poco che gli è permesso di gestire, legittimati nel ricoprire il ruolo di amministratori dal permanere, sempre più residuale, di un immaginario di una sinistra che fu, fatto di commemorazioni di vecchie battaglie ormai stravolte nei libri di una storia senza conflitti, sempre più pacificata (dai partigiani sulla Linea Gotica si è svoltati ai SUV sulla linea cotica). Nessuno che oggi si preoccupi molto del futuro del territorio della Bassa Romagna. Per occuparsene si dovrebbe partire dal riconoscere che in questi ultimi decenni questa terra sta attraversando un lento declino dove i paesi che ne fanno parte si stanno progressivamente impoverendo in molti sensi: 1) nel loro tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese, ora sempre più ricattate dai grandi marchi e dalle multinazionali che le strozzano; 2) nel loro tessuto sociale dove quella dimensione di comunità solidale che ne rappresentava la forza si sta sfaldando con l’abbandono progressivo delle nuove generazioni e il conseguente aumento del lavoro povero (meno artigianato, più economia di scala). Per la cultura, non dico nulla: troppo pericoloso parlarne . Quell’immaginario epico, dove tutta la Romagna è Capitale (come cantava qualcuno che suona il liscio),dopo l’alluvione sta traballando perché il reale liquido piano piano l’ha invaso mangiandogli la terra sotto i piedi, ributtando quella terra (la terra da dove vengo e che amo) nel fango dalla quale qualche centinaio di anni fa era forzatamente emersa per volontà di qualche nobile Estense.