La scomparsa del dottore

Nel 2013 usciva un bel testo di Giorgio Cosmacini, storico della medicina, filosofo e medico, dal titolo: “La scomparsa del dottore. Storia e cronaca di un’estinzione” (Cosmacini, 2013)1. Questo libro rappresenta in maniera sintetica e chiara il cambiamento che ha subito nell’arco di un periodo breve (dal secondo dopoguerra sino ai giorni nostri) la figura del medico di famiglia: quello che un tempo un po’ tutti semplicemente chiamavamo: “il dottore”. Nella prospettiva dell’autore si può ritrovare quanto del medico di una volta sia oggi rimasto e quanto sia ormai definitivamente perduto, valutando le ragioni che stanno alla base di questo mutamento. Il primo passaggio epocale che segna la progressiva estinzione di questa figura professionale (con forti connotazioni culturali) sta in quella che Cosmacini chiama: la “rivoluzione farmacoterapica”. L’introduzione della terapia antibiotica e successivamente l’utilizzo del cortisone e degli psicofarmaci producono forti cambiamenti nell’approccio del medico alla cura del paziente. Le conquiste scientifiche in ambito farmacologico contro infezioni, allergie e turbe psichiche, mettono il medico nella condizione di preoccuparsi meno dell’ambito relazionale affidando alla chimica un ruolo notevole nella mediazione, interazione con il malato. Si assiste poi ad una transizione epidemiologica – così la chiama l’autore – dalle malattie del passato, infettive, alle malattie del presente, metabolico-degenerative (cardiovascolari, tumorali, ecc…). Questa transizione epidemiologica diviene nel tempo epistemologica: dal trattamento di patologie la cui causa è unica (il virus, il bacillo) al trattamento di malattie il cui emergere è determinato da più fattori (i fattori di rischio) e la cui cura non può essere affidata a vaccini che agiscono debellando il virus, ma necessita di terapie multiple e la cui guarigione risulta essere più problematica (sviluppando cronicità).

Questi due passaggi – progresso scientifico con nuovi farmaci e transizione epistemologica – sono elementi sufficienti per evidenziare la trasformazione in atto nell’immaginario dove al dottore, una sorta di amico di famiglia, si va sostituendo un funzionario alle prese con burocrazia e tempo contingentato, spesso barricato dietro lo schermo di un computer a leggere esiti di esami da fascicoli sanitari elettronici di pazienti ai quali spesso non sa abbinare un volto.

I dati di oggi sanciscono anche su un piano puramente quantitativo che il dottore di un tempo, quello che veniva a casa anche solo per rassicurare il paziente cronico della sua disponibilità, non c’é più. Il rapporto Sanità NEBO del 20182 (uno dei più recenti in termini temporali) registra che dal 1985 al 2013 si è passati da 12,5 medici di famiglia per 10000 abitanti ad 8,7 ed il trend è verso un’ulteriore diminuzione. A questo dato ne andrebbe affiancato un altro che segna la gravità di questo andamento per la salute pubblica: l’avanzare dell’età media della popolazione.

A fianco di questa “scomparsa del dottore”, che porta gradualmente alla spersonalizzazione della figura del medico di famiglia e all’evaporazione di quella relazione con il paziente dettata da intimità, costanza e conoscenza reciproca, va delineandosi un cambiamento profondo nell’utilizzo della medicina d’urgenza (i Pronto Soccorso) da parte della cittadinanza. Oggi un ricorso massiccio ai PS non può che essere risultato di più fattori – e non solo il portato di un diverso atteggiamento da parte del cittadino ansioso e ipocondriaco – tra cui è rilevante la diminuzione sia dei presidi preposti alla medicina d’urgenza, sia del personale medico in esso impiegato (che non significa che mancano medici in generale, ma che molti medici lì non vanno a lavorare e che tanti – in aumento progressivo come numero – al pubblico preferiscono impiegarsi nel privato).

E’ in questo contesto di trasformazione in atto da tempo che negli ultimi anni si è inserita la questione pandemica. Quali conseguenze ha avuto il passaggio del Covid 19 nel Servizio Sanitario Nazionale è un tema enorme che non è possibile trattare in questo breve scritto.3 Forse non è impossibile affrontare in questa fase la questione della salute del medico di famiglia e lo stress al quale sono sottoposti i luoghi della medicina d’urgenza, dove non solo i medici sono in fuga, ma anche tutte le altre professioni che orbitano nei Pronto Soccorso.

Il ricercatore sociale dovrebbe porre il suo sguardo su come oggi sia mutata (degradata) la relazione medico-paziente e cogliere da questo cambiamento elementi per proporre soluzioni, costruire alleanze tra le parti che ancora credono e lottano per mantenere al centro del dibattito pubblico la questione della salute pubblica. Ne va del futuro nostro e delle generazioni a venire.

A mio parere la sociologia professionale – non solo quella accademica, ormai dissolta nella sua autocelebrazione e residuale nel discorso pubblico – dovrebbe impegnarsi molto di più su questi temi.

1 Giorgio Cosmacini (2013), La scomparsa del dottore. Storia e cronaca di un’estinzione, Raffaello Cortina Editore, Milano

2 https://programmazionesanitaria.it/index.php/ssn40

3 Un testo che tratta della questione, seppur limitatamente in molti punti al “caso Lombardia” è: V.Agnoletto (2020), Senza respiro. Come ripensare un modello di Sanità Pubblica, Altraeconomia, Milano

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico, professore a contratto

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