Nel 2005 usciva in Italia il testo del sociologo Frank Furedi “Il nuovo conformismo”. Se il titolo poteva risultare accattivante, ancora di più per il sottoscritto lo era il sottotitolo: “Troppa psicologia nella vita quotidiana”. Un sociologo accademico, di discreta fama e controverso, apriva un dibattito affermando “una presenza eccessiva di psicologia nelle nostre vite”.
Leggendo il libro si rimane un po’ delusi rispetto alle aspettative offerte dal titolo. Al centro dell’attenzione dell’autore vi è l’uso smodato di un linguaggio di matrice psicologica per descrivere qualsiasi fatto problematico che attraversa la società e la vita quotidiana di ognuno. Quindi, più che di Psicologia è di psicologizzazione del discorso pubblico ciò di cui parla Furedi. In sintesi il sociologo di origine ungherese segnala, facendo molti esempi, l’avanzamento di una “cultura psico-terapeutica” che si propone come chiave di lettura di qualsiasi fenomeno sociale. Ogni accadimento può essere interpretato e soprattutto narrato con uno sguardo psicologicamente orientato. Che si tratti di un evento traumatico come un attentato terroristico o delle vicende quotidiane dei reali d’Inghilterra, ciò che va messo in rilievo è l’aspetto psicologico, i tratti di personalità dei protagonisti e le possibili soluzioni terapeutiche per loro. Insomma: c’è troppa psicologia sulla scena pubblica, ma questa psicologia è quella che attrae il lettore e lo spettatore, quella psicologia che è possibile ridurre a formula magica, a terapia fai da te che ognuno può praticare per risolvere la propria ansia di fronte all’aumento della complessità della vita in società. Chi aveva scelto il titolo italiano per l’opera aveva fatto un operazione vincente di marketing valutando che tradurre: “Therapeutic culture, cultivating vulnerability in an uncertain age” – il titolo originale – forse non avrebbe prodotto nel lettore italiano nessuna attrattività. La scelta di cambiare, nella traduzione italiana, il titolo al testo di Furedi – scelta di cui naturalmente non posso conoscere i reali presupposti – ci dice qualcosa di interessante sul legame tra sociologia e psicologia. In particolare su una certa confusione che nel nostro Paese si opera a vari livelli quando si tratta di definire la distinzione e la comunanza tra i due campi del sapere. Sociologia e psicologia convivono in uno spazio indefinito (un campo aperto) dove i praticanti e i teorici di entrambe le discipline giocano spesso a scambiarsi tra loro le parti per trarne qualche beneficio. Così accade che vi siano sociologi che per affermarsi come bravi sociologi fanno un po’ gli psicologi e psicologi che allargando i confini delle loro diagnosi alla complessità del sociale fanno un po’ i sociologi.
Naturalmente questo giochetto non viene ammesso pubblicamente e l’imbroglio di una sociologia superiore a una psicologia e viceversa si perpetua dietro gli interessi di parte di ognuna delle due categorie. Ed è un peccato.
Per sbrogliare l’imbroglio ci vorrebbe tanta buona volontà da entrambe le parti e
l’ammissione che si tratta di una questione secondaria a fronte di un obiettivo comune enorme come quello di lavorare per la salute e il benessere dell’umanità.
Ma perchè Sociologia e Psicologia non agiscono su un fronte comune?
Se è vero che non é proficuo – quando si parla di benessere e di disagio – slegare la dimensione soggettiva da quella sociale è legittimo chiedersi: perché non c’è collaborazione (nella pratica/intervento e nella ricerca) tra le due discipline?
Nella storia del pensiero sociologico ci sono tracce di un dialogo tra Sociologia e Psicologia.
Se pensiamo ad es. a Durkheim, la distinzione tra sociale e psicologico è un punto di partenza per definire un fatto sociale. Per il sociologo alsaziano, che aveva frequentato tra gli altri il fondatore della moderna psicologia sperimentale Wihlem Wundt, era importante definire il campo di indagine della sociologia non in opposizione o sovrapposizione a quanto andava affermando la psicologia, ma semplicemente per ampliare la conoscenza scientifica sul comportamento umano. Lo studio della società non poteva non riferirsi allo studio del comportamento del singolo individuo in relazione con il sociale (più o meno organizzato, istituito) e lo sudio della psiche non poteva non occuparsi delle ripercussioni che il sociale – in tutte le sue dimensioni – produce nel comportamento individuale.
Oltre a Durkheim, le cui opere ad es. saranno prese in grande considerazione dallo
psicoanalista Jacques Lacan per la stesura del suo testo sui complessi familiari (Lacan, 2005), anche altri padri fondatori della sociologia hanno dialogato con la psicologia. Si potrebbe azzardare che senza la psicologia autori come Max Weber e Georg Simmel difficilmente avrebbero potuto teorizzare sull’azione sociale, anche per il semplice fatto che storicamente entrambe le discipline stavano procedendo ad un progressivo affrancamento da una certa filosofia intrisa di idealismo e metafisica, ponendosi la questione di operare (o almeno aprire un campo operativo) nella trasformazione sociale innescata dalla seconda rivoluzione industriale. D’altronde la sociologia – afferma Gianmarco Navarini in un bel testo sui classici e la teoria dell’azione sociale (Navarini, 2005) – “non poteva evitare di considerare come, in che misura e in quali circostanze i fenomeni che l’uomo crea con il suo agire in società (complessi di idee, istituzioni, simboli e significati, relazioni sociali, forme economiche e politiche, interventi nella natura, ecc.) tornino su lui stesso caratterizzando, influenzando o determinando i suoi corsi di azione.”
Per non perdere il filo – la questione del rapporto tra sociologia e psicologia è troppo vasta e complessa per esaurirsi in poche pagine – limito lo sguardo ad un tema che vede le due discipline avanzare fianco a fianco, a volte scambiandosi qualche sguardo complice: il tema del disagio. Il disagio è qualcosa di multiforme, difficile da sezionare in parti distinte anche se è uso comune distinguerlo quando ad esso si vuole associare una certa problematicità i termini: sociale, fisico e mentale. Tralasciando per ora la questione del disagio fisico, occorrerebbe interrogarsi sul perché di un perenne dibattito in corso tra i candidati a svolgere un ruolo nella cura sia del disagio mentale e sia di quello sociale. Se queste forme di disagio sono oggetto di contesa – nel mercato dei professionisti della cura – , ciò significa che sono ambiti segnati da una sorta di indefinitezza che non si risolve immediatamente collocandosi nell’alveo di una razionalità come quella medica. Che cosa sono il disagio sociale e quello mentale allora? Come si manifestano? E’ possibile utilizzare mezzi diagnostici precisi per definirne i confini? Sociologia e Psicologia come trattano la questione del disagio?
Provo a dirne qualcosa, mantenendo vivo il discorso del rapporto tra sociologia e psicologia.
Il disagio mentale e quello sociale si evidenziano da: a) un’osservazione, b) un ascolto e c) una interpretazione di comportamenti, atteggiamenti da parte di un soggetto che si colloca fuori e/o ai margini di un discorso che risiede nel corpo sociale segnato (connotato) da una supposta normalità, che in tanti identificano anche con il termine “senso comune”. Detto questo si può affermare che: 1) il disagio emerge in un campo relazionale all’interno del quale c’è qualcuno che ascolta e osserva; 2) il disagio assume una forma-problema se c’è chi, osservando l’altro comportarsi e ascoltandone la parola, riesce a costruire un consenso dentro questa supposta normalità sul fatto che quel dato comportamento e quella parola enunciata sono fuori discorso, a-normali. Quindi se qualcuno intende candidarsi ad intervenire nell’ambito del disagio (mentale e sociale) deve – come primo pre-supposto – riuscire a posizionarsi per osservare e ascoltare l’altro nella normalità e avvertire (sentire) su di sé una certa problematicità nel comportamento e nell’espressione verbale di questo altro e riportarla (tradurla) all’interno della normalità. Il disagio quando è sociale e mentale non può essere diagnosticato (che significa tradotto nel discorso della normalità) con gli stessi strumenti tecnologici adottati dalla scienza medica (es.: la TAC, giusto per intenderci…). Nella ricerca diagnostica per immagini (imaging) si possono evidenziare alterazioni, lesioni a livello neurologico, le quali concorrono a determinare azioni ed espressioni verbali fuori senso (comune), ma questo non esaurisce la questione complessa e contradditoria su cosa siano il disagio sociale e quello mentale.
La sociologia e la psicologia, nei loro tentativi di posizionarsi nella cura del disagio, hanno operato politicamente due operazioni differenti e lo hanno fatto in relazione a chi invece non ha dovuto fare molti sforzi per legittimarsi ad operare verso il mentale e il sociale: la psichiatria. E’ in rapporto alla psichiatria, che non ha avuto necessità di ottenere consenso per operare su ciò che sta fuori discorso in quanto ad essa è il potere che l’ha legittimata, che le nostre due discipline hanno agito diversamente. La sociologia attraverso un approccio interrogativo e critico, poco o per nulla proiettato all’intervento, la psicologia esponendosi maggiormente sul piano clinico, operativo avanzando teorie della personalità e valutazioni del comportamento umano. Il punto di incontro tra le due è nella ricerca di spiegazioni che esulassero o aggirassero il mandato istituzionale a cui non poteva non rispondere la medicina quando interrogata dallo Stato. E’ questa mancanza (disagio) che se da una parte rende fragili entrambe le discipline, dall’altra le pone a confronto con un elemento di assunzione di responsabilità verso un problema sociale (che lega il mentale e il sociale) che assumeva nel tempo caratteristiche di complessità per l’avanzamento dei sistemi democratici
e di gestione statale che necessitavano di allargare il sistema di cura oltre alla gestione psichiatrica degli “insensati”. Si potrebbe poi aggiungere che una delle ragioni di questa messa a lato di sociologia e psicologia rispetto al tema del disagio è semplicemente anagrafica: la psichiatria nasce prima e non ha bisogno di concorrere con altri per affermarsi: è nell’alveo della medicina dello Stato. Il tentativo di entrambe è stato allora di agire in qualche modo in conflitto o in alleanza con la medicina psichiatrica.
Il sociologo Robert Castel, in un suo saggio del 1972 dal titolo: “La contraddizione
psichiatrica” descrive molto bene come sul tema del disagio mentale e sociale si sia operata una sorta di rimozione (storica e sociale) necessaria alla medicina quand’essa viene chiamata ad intervenire alla gestione e contenimento di un problema sociale come quello degli insensati (spesso poveri e con varie patologie fisiche) che andava aumentando entro lo sviluppo urbanistico e la nascita delle metropoli. Per far entrare nel campo operativo della medicina il disagio mentale e quello sociale, per la nascente psichiatria (1838 con Esquirol) occorreva per prima cosa accettare due condizioni poste dallo Stato: isolare e sorvegliare, evitando però se possibile quelle punizioni corporali e violenze che avevano connotato sino ad allora il trattamento degli “insensati”. Lo Stato ad un certo punto non poteva più permettersi di agire agli occhi della cittadinanza azioni di tipo repressivo e punitivo verso questo tipo di soggetti: occorreva cambiare metodo e affidare alla razionalità medica il problema. Era ed è tutt’ora una soluzione dettata semplicemente dalla logica legata al mantenimento del consenso politico anche attraverso la gestione dei corpi. Il consenso (con-senso) della popolazione non era più secondario per l’amministrazione dello Stato: dopo la Rivoluzione Francese e i moti dell’800 era un elemento necessario. Il fatto è che questa contraddizione rimane e rimarrà aperta, seppur profondamente rimossa, nascosta nei tentativi più o meno riusciti di essere gestita dalla tecnica psichiatrica che oggi, aprendosi al campo delle neuroscienze, può avvalersi dell’ampliamento di una diagnostica (Ehrenberg, 2019) sempre più sofisticata nell’obiettivo di entrare a pieno titolo in quel campo di valutazione dei comportamenti e alla interpretazione della parola fuori-discorso di cui anche psicologia (clinica, sperimentale, psicoterapia) e sociologia (critica e pratica) si sono da sempre occupati in qualche modo.
Il sociale è il campo del mentale e il mentale quello del sociale: in questo gioco di specchi, di rimandi, di reciprocità, si colloca il disagio. E si colloca nel sociale come elemento dinamico, vitale e per questo problematico nei suoi aspetti negativi, ma anche propositivi verso un miglioramento delle condizioni di vita di singoli e comunità. Forse è questo agire disinteressato e solidale verso chi esprime malessere e vive in condizioni oggettive di deprivazione, l’elemento che può aprire un possibile dialogo tra sociologia e psicologia con prospettive nuove e non conflittuali. Di certo non è proficuo per entrambe le discipline schierarsi ideologicamente con la psichiatria e l’antipsichiatria (espressioni entrambe di una
scelta istituzionale, l’una legittimata e l’altra contro-istituzionale): sarebbe antistorico e inutile soprattutto verso la prospettiva di aumentare le possibilità di cura offerte a singoli, gruppi e direi anche alle istituzioni.
*Questo testo è stato pubblicato all’interno del Quaderno n. 34 di Sociologia Clinica, G.Piscitelli, a cura di (2022), Sociologia e psicologia. Un dialogo necessario per la salute e il benessere delle persone e delle comunità. La lectio magistralis di Amalio Blanco, contributi di R. Siza, G. Sarchielli, P. Patuelli, Homeless Book, Faenza