Il risentimento dell’incompreso

C’è un atteggiamento diffuso che percepisco nei discorsi ai quali partecipiamo un po’ tutti in rete in questi giorni di esposizione nella socialità digitale. Questo atteggiamento, che nella mondanità dei nostri tempi evidenzia la postura blasé*, nella socialità risucchiata nei social dal virus, svela l’altra faccia della medaglia: il risentimento dell’incompreso.

Siamo tutti arrabbiati, infastiditi dal dover stare rinchiusi per ordini superiori: il nostro comune Datore di Lavoro, che ha azzerato le più o meno sopportabili sudditanze alle quali siamo sottoposti nel quotidiano, ha deciso così per (quasi) tutti. Le ambizioni, le aspettative per il futuro, il riconoscimento, benzina per il motore della società individualizzata crolla, o quantomeno vacilla, di fronte a qualcosa che lo supera in potenza. “Sopportare questo proprio ora che ero a un passo dalla promozione!” “Il contratto è annullato, Lei può capire che, vista la situazione…” “Purtroppo siamo costretti a licenziare”. Tutti (quasi), costretti a uno o a tanti passi indietro.

Questa situazione si dice, o meglio lo dicono gli psicologi, produca fondamentalmente depressione. Forse.

Questa situazione, per stare al presente, produce sicuramente risentimento.

Un risentimento che non accolto passa ad essere risentimento incompreso e poi, dopo, forse, depressione. E risentimento e incomprensione hanno a che fare il primo con la questione della Giustizia e la seconda con quella del Senso. “Non è giusto che accada questo a me, proprio ora che…”, “Per colpa dei cinesi, adesso ci tocca…”: in molti a dire che quello che sta accadendo “non è giusto”. Poi: “E’ incredibile, questa cosa non ha senso…”.

Legati insieme risentimento e incomprensione sono un mix esplosivo. Perché creano schegge, frammenti di umanità che cercano complicità per portare sulla scena (il dopo) le proprie ragioni come fossero verità.

Sul risentimento Nietzsche ha detto nella sua Genealogia della morale:

 “Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che in ciò non c’è alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini”

Il virus è più forte di noi e per lui siamo (per ora) agnelli. Le leggi dello Stato sono più forti di noi e per loro siamo agnelli.

Che farcene allora del risentimento? Ognuno ci pensi in questi giorni.

Se penso all’incomprensione come sentimento vado con la mente ad un vecchio film di Comencini del 1966, “Incompreso”, che raccontava vicende tristissime di una famiglia segnata dal lutto materno. Tratto da un libro di un certo Montgomery è la storia di un bambino, orfano di madre, che tenta in tutti i modi di manifestare al padre il suo dolore per il lutto materno, ma lo fa manifestando comportamenti oppositivi e devianti mostrando all’esterno di sé esattamente il contrario di ciò che avrebbe intenzione di comunicare. Insomma per farla breve costui, povero, vorrebbe tanto far capire quanto sta male per essere accudito e compreso, ma non ce la fa. Fa il contrario, rimanendo così imbrigliato nella sua dolorosa prigione di incompreso.

Nel campo della psicoanalisi certe vicende di incomprensione si potrebbero inquadrare nel cosiddetto “complesso di intrusione” che, semplificando, è quella cosa dove, nell’infanzia, il primogenito, incazzato per la nascita di un fratellino comincia a fare a lui dispetti e a frignare per attirare l’attenzione della mamma tutta concentrata sul nuovo nascituro. E infatti nel film c’è poi un fratello minore di cui il protagonista risulta essere una sorta di persecutore inconsapevole. Il portatore del complesso di intrusione non lo fa apposta, è normale che faccia così: sta ai genitori non affidare a questo comportamento troppa attenzione. L’incompreso, comprenderà con i suoi tempi. Dovrà però fare questo passaggio di comprensione in solitudine perché i bravi genitori, affinché superi il complesso, non gli daranno una mano.

In rete questo sentimento di incomprensione pare diffondersi con l’isolamento a cui ci ha costretti il provvedimento antivirus. Qualcosa che si presentava come sostenibile, compensato, in tempi di normalità, ora che “l’intensità nervosa” (così la chiama Simmel pensando alla metropoli dei primi del ‘900) è confluita nella rete, assume ora forme inedite sul piano soprattutto dell’espressione. L’incomprensione e il risentimento che ad essa si associa, in rete non ha, come il virus, limiti: anche perché la rete non svolge alcuna funzione genitoriale (pur avendo gigantesche funzioni di sorveglianza e controllo). Il mondo virtuale prende atto e niente di più e nulla può di fronte al sentimento di sentirsi incompresi di coloro che la frequentano. La rete a questo risentimento fa da cassa di risonanza, facendola diventare impotenza. L’impotenza del risentimento dell’incompreso.

Senza il buon vecchio riconoscimento di un tempo (che produce quel sottile godimento quotidiano), guadagnato con il sudore sul posto di lavoro, a capo chino o leggermente inclinato, in palestra a fare i muscoli, dall’estetista per resistere al tempo che passa, che cosa ce ne facciamo, ora che c’è il virus, del risentimento e dell’incomprensione?

Pensiamoci, prima di diventare depressi.

P.S.: per quelli che vedono la possibilità della rivoluzione, si concentrino prima a superare il varco del riconoscimento personale (è lo scoglio più difficile).

* “Concetto introdotto dal sociologo Georg Simmel, secondo il quale una delle più tipiche caratteristiche dell’ambiente metropolitano è l’atteggiamento blasé. A causa di una sovrastimolazione sensoriale offerta dalla città, l’individuo ostenta indifferenza e scetticismo, rispondendo in maniera smorzata a un forte stimolo esterno proprio in conseguenza di stimolazioni nervose in rapido movimento. Il cittadino, sottoposto a continui stimoli, in qualche modo si abitua, diviene meno recettivo. Il susseguirsi quotidiano di notizie ed emozioni fa divenire tutto normale, consuma le energie. Così subentra un’incapacità di reagire a sensazioni nuove con la dovuta energia.” (tratto dal sito: sociologicamente.it) 

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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