Psichiatrizzare l’isolamento?

Accendo Radio Tre e alla trasmissione “Tutta la città ne parla” il tema del dibattito è: solitudine e depressione ai tempi del virus. Al solito, gli ospiti: psichiatri, psicologi e uno scrittore depresso (molto depresso).

I due livelli, quello della ricerca – vista l’eccezionale occasione che questo virus offre allo sguardo degli analisti da laboratorio, perché non approfittarne? – e quello dell’intervento (che fare?) si incontrano nella testimonianza dello scrittore depresso che ha scritto un libro sulla vita di un uomo depresso e solo. Il caso clinico e la rappresentazione sociale della depressione prossima, o già in essere, causata dall’isolamento forzato si fondono in un discorso che si conclude con un allarme condiviso dagli esperti: occorre fare qualcosa. Subito e in prospettiva.

Allargare il campo di intervento, aprire le linee di telefono amico, fare psicoterapia on line, non fare sentire soli i più esposti. Perché la depressione è lì, dietro l’angolo. Un rischio globale ai tempi del virus.

Naturalmente c’è del vero in tutto questo, ma si tratta di una verità all’interno di una prospettiva dove l’epidemiologia è vacillante, mancante di certezze (che speriamo invece siano tali per quanto riguarda la ormai famosa curva del contagio). Perché è vacillante? Perché il rapporto tra la clinica della depressione e il fatto sociale della pandemia che è l’incontro di un fatto Reale (il corpo che si ammala) con la contenzione forzata dei corpi nelle loro (quando ce l’hanno) abitazioni su disposizione dell’autorità è un rapporto supposto da una disciplina medica incerta e zoppicante qual è la psichiatria. Che detto in altri termini significa che un dato oggettivo (ma lo dice poi la psicoanalisi di Freud, se non erro) negativo produce un sentimento depresso e malinconico che ha una temporalità e che occorre, per poterlo elaborare, di un attraversamento soggettivo, in solitudine. Si tratta di analisi, di elaborazione intima, di qualcosa che mette a confronto ognuno con sé stesso. E che in questo momento sia opportuno psichiatrizzare questo dato oggettivo piuttosto che incentivare le persone a fare più telefonate agli amici, ai conoscenti e, perché no, ai parenti (quelli meno serpenti), non mi pare di grande aiuto. Piuttosto mi sembra che a certi professionisti (spero pochi) piaccia agitare lo spettro di qualcosa che di reale ha ben poco per avere un ritorno di immagine ed economico.

La solitudine è sempre esistita e a me sinceramente preoccupano di più le forme di isolamento dell’altro di cui ognuno di noi, nella normalità quotidiana senza pandemie, si rende complice, piuttosto che la condizione di isolamento che ora ci accomuna. Di quell’atteggiamento che allontana ed isola l’altro (specie quando vive delle difficoltà) nel tempo “sano” dovremmo occuparcene tutti, sempre. Non solo ora.

P.S.: Per gli amici e conoscenti: sentiamoci telefonicamente in questi giorni, scriviamoci. Facciamolo tutti. Un abbraccio.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: