L’indifferenza

Il nemico del sociale è l’indifferenza. L’indifferenza non tanto intesa come apatia quanto piuttosto come sguardo verso tutto e tutti che si fa atteggiamento e comportamento in pubblico, quel tipo di sguardo che non si interessa alle differenze, che non ha interesse a cogliere le differenze. L’indifferenza oggi sta insieme alla supponenza: è uno sguardo dall’alto che vuole e crede di comprendere tutto (nel senso di prendere con sé, avere per sé).

Naturalmente si tratta di un inganno. Non si può comprendere tutto e non è possibile che non vi siano differenze tra le cose e soprattutto tra le persone.

Delle persone poi bisognerebbe prendersene cura molto di più rispetto alle cose, agli oggetti. Alle persone non si dovrebbe essere mai indifferenti, seguendo l’etica della responsabilità.

Il sociale, come lo intendo io, lavora per la rottura di questo inganno: il sociale esiste se segna una differenza nell’incontro con l’altro. L’indifferenza nega l’incontro, o meglio lo annega, annullandolo e sostituendosi ad esso come principio regolatore del sociale-immaginato. L’indifferenza (che è indifferenza verso l’incontro con l’altro), si nutre di quella cosa che in psicoanalisi viene chiamata: supposto sapere. E’ il punto, la posizione dalla quale ognuno crede di comunicare con l’altro. Nell’indifferenza verso l’altro, questo sapere mette a tacere l’altro a prescindere. Il discorso indifferente non si fa mai dialogo.

L’atteggiamento indifferente, come la parola indifferente, è alimentato da modelli che il mercato propone come sinonimi di autonomia e capacità di adattamento. L’atteggiamento indifferente è la postura dalla quale ognuno è convinto (crede) possa emergere al momento giusto la propria differenza. Nell’indifferenza ognuno immagina, come fosse il protagonista di un film western, di estrarre la pistola per primo e vincere il duello e va in giro come fosse un cow-boy, senza pensare che l’indifferenza che lo contraddistingue fa di lui soprattutto più un cow (con tutto il rispetto per i bovini) che un boy …

L’indifferenza è il terreno fecondo per la violenza, non la noia come molti affermano. Perché la noia, a differenza dell’indifferenza, è un sentimento profondamente umano che appartiene al sociale.

Il razzismo, ad esempio, è quella condotta governata dall’indifferenza, che si basa sul fare differenze partendo da un legame immaginario, inventato, tra un certo colore della pelle e un certo comportamento o modo di pensare e vivere la vita.  Ma la prima differenza che nega il razzista è quella che lo riguarda, quella verso se stesso: il razzista è colui che si nega quella differenza che dovrebbe appartenergli come qualità individuale per collocarsi fuori dalla cerchia degli indifferenti. Il razzista è un campione degli indifferenti: è un idiota uguale a se stesso. Preferisce mettere se stesso tra gli indifferenti che guardano una differenza (il colore della pelle ad esempio) allo stesso modo, piuttosto che occuparsi della differenza che lo riguarda e che farebbe di lui una persona unica, degna.

Anche il populismo allo stesso modo del razzismo è un prodotto dell’indifferenza. Il populismo è il tentativo rozzo di legittimare l’esistenza immaginaria di un insieme di individualisti socializzati, non da un’idea politica che li espone e li distingue, ma dall’indifferenza verso l’altro. Il populista è un campione del popolo, ovvero dell’indifferente nel senso di indifferenziato. Colui che non aderisce all’indifferenza non sente la minima attrazione verso le sirene populiste perché il suo sguardo comprende l’altro, riconoscendo in lui l’unicità e l’impossibilità di essere uguale a qualcun altro dentro un indifferenziato chiamato popolo.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico, professore a contratto

2 pensieri riguardo “L’indifferenza

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