La parola agli esperti


Mi ha sempre sorpreso come di fronte ad un fatto di cronaca e gli strascichi che quel fatto si porta dietro, i media sentano la necessità di rivolgersi agli esperti.

Gli esperti in tv hanno di solito un camice o una giacca e la cravatta, insegnano qualcosa da qualche parte (una università qualsiasi) e preferibilmente svolgono un lavoro di ricerca in un istituto dove con altri colleghi, un po’ meno esperti, scoprono cose utili al progresso umano.

A volte capita di ascoltare qualche esperto che è sociologo e che parla di fatti che evidentemente riguardano la società. Dico è perché non so bene in che senso costui fa il sociologo. Al sociologo che lo è, si chiede di esprimersi su: le nuove mode, le nuove forme di disagio sociale, i giovani, poi ancora qualche parola su fenomeni come l’immigrazione, la violenza di genere, per poi arrivare a toccare argomenti come i gusti in cucina e le nuove tendenze negli sport estremi.

Un sociologo, sicuramente professore all’università (almeno ordinario, se no non è abbastanza esperto, visto anche lo scarso riconoscimento della sociologia nella giungla delle scienze umane e umanoidi), può darci alcune spiegazioni su cose che accadono in società e nella società di cui i media si interessano. Che poi è la rappresentazione della società che serve a loro, i media, per autoproclamarsi mezzi di produzione della società stessa.

Lui, l’esperto-sociologo, ha il suo istituto che a volte si chiama osservatorio e su quella cosa sulla quale viene interpellato ha scritto sicuramente dei libri. Se è anche un po’ anziano è meglio, non troppo però da risultare “fuori corso” rispetto all’argomento. Diciamo sui sessanta va ancora bene. Più sù di età occorre circoscrivere il tema o costruire qualcosa che si adatti alla sua figura (chessò, la storia dei movimenti studenteschi dal ’68 ad oggi o la condizione degli anziani all’epoca della globalizzazione). A meno che non si tratti di figure come Bauman, pace all’anima sua, o pietre miliari della sociologia italiana come Ferrarotti, o ancora sociologi buoni per tutti i salotti come De Masi, niente tv per gli over settanta. Meno che meno per i giovani: a loro quando va bene è riservato un posto di ricercatore precario e qualche assemblea al centro sociale nella quale parlare dello sfruttamento del lavoro dentro le università (molti infatti sono sociologi del lavoro da giovani, poi dipende da come gli va il futuro in accademia).

Senza camice la figura dell’esperto-sociologo sta piano piano declinando e lascia il posto al medico soprattutto psichiatra.  E così oggi abbiamo degli esperti ibridi a sostituire gli esperti sociologi:al loro posto ci sono gli Andreoli e i Crepet che ben mescolano il socio e lo psico facendo contenti tutti.

Poveri esperti-sociologi, “professori dell’altro ieri” come li chiama De Gregori: per loro si fa sempre più dura andare in tv. La concorrenza è sempre più spietata e dalla cima della montagna, dove le università osservano sociologicamente la società, la nebbia è sempre più fitta.

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