Stati di agitazione


La trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” di Radio 3 andata in onda il 19 agosto* è stata dedicata al caso di Elena Casetto, ragazza di 19 anni morta il 13 agosto nell’incendio di una camera del reparto di psichiatria dell’ospedale di Bergamo. Questa ragazza è morta nel letto al quale era stata legata per consentire al personale medico di sedarla a seguito di un tentativo di suicidio e ad un “forte stato di agitazione”.

Quella di legare le persone “agitate” è una pratica in uso in molte strutture ospedaliere italiane: non solo in ambito psichiatrico. Accade a volte anche in reparti come la geriatria e nei pronti soccorsi ogniqualvolta ci si trovi di fronte ad un paziente in “forte stato di agitazione psicomotoria”.

In passato, durante il mio periodo di servizio civile presso un servizio psichiatrico, ho assistito a manovre di contenimento: non posso dimenticare la scena e lo stato d’animo che mi ha lasciato. Ho quindi visto da vicino quello “stato di agitazione psicomotoria” di cui parlano linee guida e protocolli di intervento in atto nelle strutture sanitarie**.  Sono situazioni che lasciano un segno anche in coloro ai quali viene delegata questa pratica: infermieri, assistenti di base, OSS, volontari di P.A. e Forze dell’Ordine (es.: nei TSO).

Tornando alla trasmissione radio (ora non più disponibile in podcast nel sito di radio 3, non si sa bene per quale ragione), tra gli ospiti erano presenti il presidente della Società Italiana di Psichiatria, Enrico Zanalda e Peppe dell’Acqua, allievo di Franco Basaglia e docente di Psichiatria Sociale all’Università di Trieste. I due psichiatri, evidentemente di “scuole” diverse e con esperienze alle spalle molto differenti, hanno dibattuto in modo molto acceso sull’opportunità di attuare la contenzione. Se per il primo si trattava di un intervento legittimo in situazioni ben specifiche e circoscrivibili, per il Dott. dell’Acqua l’utilizzo di mezzi di contenzione per bloccare il paziente agitato non andrebbero mai utilizzati e questi dovrebbero essere sostituiti da interventi di tipo “relazionale”, come ad es. la presenza costante e continua del personale in situazione (non il monitoraggio ogni 15/30 minuti del paziente allettato e sedato) e con quello che è stato definito in modo un po’ originale il metodo “dell’abbraccio”.

Il caso della morte di Elena Casetto è ancora tutto da chiarire, o almeno molte cose sono ancora da valutare da parte di coloro che stanno indagando. Un dato è comunque chiaro: la persona che lo volesse o meno, che abbia provocato lei o no l’incendio o che le cause del fuoco siano altre, da quel letto non avrebbe potuto liberarsi e questo decesso è avvenuto a seguito della pratica che è stata messa in atto dal personale ospedaliero.

Sul piano sociologico, se si vuole chiamarlo così, emerge un elemento altrettanto chiaro: di ciò che avviene in queste situazioni se ne sa poco o nulla e coloro che ne parlano pubblicamente sono in pochi (penso ad es. al lavoro dell’associazione “A buon diritto” del sociologo e parlamentare Luigi Manconi). Queste sono infatti situazioni per pochi: i pazienti agitati e gli “addetti ai lavori”. In seconda battuta, nel malcapitato caso avvengano eventi infausti, altri “pochi” escono dal contenimento dell’indifferenza e hanno la voce delle associazioni in difesa dei pazienti  e di qualche addetto ai lavori che ha fatto i conti con l’esperienza di dovere mettere le mani sul paziente agitato e ha deciso di non farlo più.

Intanto gli psichiatri dibattono e fortunatamente mostrano tra loro qualche segnale di agitazione rispetto all’opportunità o meno di continuare a legare persone al letto, lasciando ad una telecamera o all’occhio distratto e discontinuo di qualcuno il compito di osservare se il paziente ha smesso o meno di agitarsi.

*https://www.raiplayradio.it/audio/2019/08/TUTTA-LA-CITTAapos-NE-PARLA-02c2fcfb8da1-4395-a86a-39a0eaa53d16.html

**http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2015-04-13/psichiatria-agitazione-psicomotoria-l-importanza-linee-guida-125507.php?uuid=ABcYhYOD

2 Comments

  1. Grazie. Una prima idea; perchè non pubblicare i tuoi interventi (o quelli più pertinenti) sul sito del LAB di sociologia clinica. Mettiti d’accordo con Gianluca Piscitelli. Una seconda idea: sembra in base ai contenuti dei tuoi interventi, potresti postarli anche sulla pagina Facebook di sociologia clinica. Everardo M. *—* *Everardo Minardi* Faenza/Faience facebook, twitter,

    Il giorno mar 27 ago 2019 alle ore 11:34 Dott. Paolo Patuelli – Sociologo

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