Fallimenti


Nel 2010, o giù di lì, mi capitò di affrontare una cosiddetta “crisi aziendale”. La cooperativa per la quale lavoravo e di cui per qualche anno fui anche consigliere di amministrazione (mi dimisi in disaccordo con la linea politica dopo un secondo mezzo mandato) stava per chiudere i battenti. Per noi lavoratori, soprattutto la “base”, iniziò un periodo di cassa integrazione. Mi trovai ai tavoli di contrattazione, avendo aderito alla posizione di uno dei sindacati che avevano preso in mano la questione. Non molto convinto (la mia è sempre stata una vita senza tessere), ma responsabilmente attivo nella situazione, manifestai le mie posizioni sia verso quelli che in quel momento vestivano i panni della dirigenza della cooperativa e sia ai tavoli più “nobili”, ossia quelli di Legacoop.

Tralascio la descrizione del clima di quei momenti, dicendo solo della tristezza e della paura che aleggiava tra noi operatori, per soffermarmi invece sull’ingenuità che ora, dopo molto tempo, posso vedere con più chiarezza: ingenuità con la quale noi della “base” abbiamo affrontato la questione in quei momenti difficili.

Non sapendo, perché quelli sono i misteriosi luoghi dei “poteri forti”, se dietro alla chiusura di quella realtà economica che allora faceva parte di un mondo complesso come quello cooperativo ci fossero strategie per ridefinire nuovi fragili equilibri di un mercato (o fiera) povero come quello del “sociale” e ingenuo degli intrecci tra istituzioni pubbliche e realtà private (perché quello sono le cooperative sociali) nei quali la mia cooperativa doveva evidentemente capitolare, ricordo ora due cose.

La prima è che ad un incontro con i vertici della mia cooperativa nel quale si stava discutendo di quali potessero essere i modi per continuare a sostenere il lavoro che ancora c’era, proposi (che ingenuo!) la riduzione per tutti, base e dirigenti, del proprio monte orario e quindi del proprio stipendio con la conseguente redistribuzione del lavoro. Qualcuno rispose: “Tengo famiglia”, qualcun altro semplicemente abbassò lo sguardo e passò al punto successivo dell’OdG.

La seconda è più allegra, se vogliamo. E’ il mozzicone di un sigaro masticato in bocca ad un dirigente di Legacoop durante un tavolo di contrattazione. Mentre sentivo la mia inadeguatezza nello stare seduto a quel tavolo, credo di aver trovato le forze per sostenere la situazione pensando che, se al tavolo c’era gente con un sigaro spento in bocca, alla fin fine si trattava semplicemente di partecipare ad una partita di poker. Ma non tra amici. Partita che, mi era chiaro in qualche modo, avrei sicuramente perso.(segue…)

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