Sul libro “La solitudine del sovversivo” di Marco Bechis

Ho terminato la lettura del libro “La solitudine del sovversivo” di Marco Bechis.

Il nucleo centrale del libro è abbastanza conosciuto. Bechis aveva tracciato alcune linee del suo racconto autobiografico come regista all’interno del film manifesto di denuncia della dittatura argentina di Videla, “Garage Olimpo”. Ma il testo porta al lettore qualcosa di molto più complesso della denuncia di una dittatura per molti (penso ai millenials) forse sconosciuta o quantomeno relegata ad episodio minore della storia del ‘900. La complessità dell’operazione di Bechis sta nell’aver utilizzato la scrittura come luogo di autoanalisi per fare i conti con i propri fantasmi del passato nel quale si è trovato ad essere contemporaneamente vittima, eroe e poi colpevole della propria sopravvivenza. Lui, torturato nei sotterranei di una caserma a Buenos Aires e liberato a seguito dell’intervento del padre, funzionario di alto livello del mondo industriale italiano e per questo in grado di strappare con le sue conoscenze il figlio dalle mani dei suoi aguzzini. Il libro narra l’attraversamento di un’esperienza che è segnata da due momenti: il primo è quello della lotta condivisa con i compagni nel nome di una causa comune e il secondo è l’elaborazione del proprio vissuto di solitudine a seguito della liberazione dalle carceri argentine. La salvezza diviene un fardello che conduce Bechis ad una discesa lenta e costante verso un’esistenza da sopravvissuto, con addosso il peso della colpa di essere ancora vivo mentre gli altri – i compagni – non ci sono più. Nella narrazione emerge una richiesta a se stesso di senso verso la propria esistenza che si traduce in una ricerca, a volte ossessiva, di un modo per dire e per fare ancora qualcosa di utile alla causa. Se da una parte questo senso emerge nell’autore ricostruendo le vicende con il suo cinema in cui racconta di quel tempo maledetto in cui i suoi compagni sono scomparsi, sotto tortura o gettati vivi da un aereo nelle acque dell’oceano, dall’altra permane un vuoto che resta (e forse mai si colmerà): vuoto che un po’ si riempie in un momento di riscatto rappresentato dalla testimonianza di quanto ha vissuto durante la sua prigionia davanti al tribunale in cui siedono come imputati i suoi aguzzini. Una sorta di catarsi, studiata per molti anni perché questa opportunità di dire pienamente la sua verità affinché si dia giustizia, accadrà solo più di trent’anni dopo i fatti.

Apro una parentesi.

La mia generazione, quella nata negli anni ’70, ha assorbito nel suo periodo di formazione – forse senza esserne consapevole fino in fondo – un linguaggio che proponeva riflessioni precise e strutturate su questioni esistenziali e politiche che ritengo tuttora essere attuali, o almeno, attualizzabili per le nuove generazioni. Quelli come me che crescendo e mettendosi a servizio di quelle realtà economiche che quella generazione aveva lasciato come traccia (un economico di terza fascia, la cui intenzione era occuparsi degli scarti dell’economia di prima fascia, nell’illusione di non invischiarsi mai con essa) si sono accorti con grande ritardo che quella lingua di cui si erano nutriti negli anni ’80 e ’90 in buona parte si stava diluendo disfacendosi a poco a poco in letteratura epica da grandi tirature e in narrazione televisiva da dossier di prima serata ( e poi ora da tarda notte). Sono consapevole che non dovremmo lamentarci adesso, noi che abbiamo compiuto i cinquant’anni, se la vita non ci ha dato un ’68 o un ’77. Ne abbiamo – noi nati negli anni ’70 – goduto a piene mani delle parabole di chi ha lottato tra i ’60 e ’70 e qualcosa di quel passaggio di consegne ci rimane addosso. Purtroppo di molti di questi narratori ne abbiamo fatto simulacri di eroismo (da mettere in cattedra nelle aule universitarie occupate nei primi anni ’90), smettendo così di ascoltarli attentamente come esseri umani tra gli esseri umani che hanno fatto esperienza, lottando per molte cose giuste in un periodo storico “interessante”.

Ritorno al libro.

Marco Bechis e il suo libro, mi hanno riportato lì, nei miei anni di formazione. Anni in cui imparavo, da studente politicamente impegnato, cosa era accaduto nell’Argentina di Videla dai libri scritti da chi, ex sessantottino ed ex settantasettino, si era premurato di rendere pubblico quanto di quella storia era riuscito a ricostruire. In quel mio presente da studente universitario di allora ora però posso dire di aver poco riflettuto su un dato fondamentale della questione: l’indifferenza complice del mondo politico, economico e mediatico di quegli anni rispetto a quanto in quel Paese stava accadendo. Negli anni del generale Videla si era pure giocato un mondiale di calcio: proprio lì in Argentina, nel 1978, lì dove il regime militare di quel paese (così vicino al nostro per tante ragioni) stava massacrando nei sotterranei della sua capitale una generazione di giovani che di quell’esperienza non avrebbe potuto dire niente, essendo stata annientata: desaparecida. Quell’indifferenza generalizzata al di fuori dei confini argentini era ed è l’elemento rilevante su cui occorreva a suo tempo concentrarsi e sui cui dovremmo riflettere oggi: perché quello è l’elemento immutato che ancora segna la nostra contemporaneità di fronte ad ingiustizie e sopraffazioni.

Il libro di Marco Bechis è allo stesso tempo fragile e potente perché la sua narrazione è quella di chi cammina da equilibrista su di una corda il cui intreccio è fatto dall’imbarazzo dello scampato alla morte per i privilegi dettati dall’appartenenza familiare e dal coraggio dell’uomo da sempre impegnato a testimoniare quanto accaduto a lui (vivo) e ai suoi compagni di lotta (morti), senza scadere mai nella retorica dell’eroe e della vittima. L’eroe e la vittima sono due posture la cui resa economica è garantita per chi vuole cimentarsi, protagonista più o meno consapevole di epoche “interessanti” e segnate da accadimenti storicamente rilevanti, nella narrazione per il grande pubblico dei lettori.

Uscire da quella retorica nella quale chiediamo riconoscimento rappresentandoci all’esterno come vittime e/o eroi – solo per il semplice fatto di essere stati testimoni attivi in qualche modo di fatti storicamente rilevanti – e affrontare, narrando ad altri, la propria esperienza umana invece per quella che è stata veramente, senza fare sconti a sé stessi è un atto sovversivo. E molto umano. Per questo un atto, quello di Bechis, che sovverte un tempo, quello in cui viviamo, sempre più segnato dall’indifferenza.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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