Ecologia politica / espertocrazia

André Gorz, una delle menti più visionarie della sociologia del lavoro del secolo scorso, avrebbe oggi molto da insegnarci su quanto sta accadendo a livello planetario. Sicuramente rifletterebbe su quello che si presenta agli occhi di tutti come un cortocircuito tra il capitalismo (nelle due versioni, neoliberista e di stato) e l’ecosistema. Sulla questione André Gorz aveva detto molto, tempo fa.

Uno dei suoi scritti a mio parere più illuminante sull’oggi è: “L’ecologia politica tra espertocrazia e autolimitazione” (Gorz, 1992). Si tratta di un articolo al centro del quale vi è il tema dell’indifferenza da parte della politica verso la questione ecologica. Gli Stati intendono tale questione solo in termini di qualcosa da gestire, amministrare e contenere per permettere al modello neoliberista di perseguire i suoi scopi. Alla politica spetta il compito di creare le condizioni affinché il Capitale possa agire senza troppi vincoli.

L’indifferenza dei governi alla messa in campo di una ecologia politica ha prodotto in questi ultimi 150 anni danni enormi alla natura e ora a quello che identifichiamo come il “nostro ambiente naturale”. Perché giustamente Gorz differenzia natura e ambiente. Quello che noi pensiamo come “nostro ambiente naturale” – è chiaro allo sguardo di tutti – già da molto tempo ha conservato ben poco di naturale.

Scrive Gorz:

Le politiche di “preservazione dell’ambiente naturale” non tendono affatto (…) a differenza dell’ecologia politica, a una pacificazione dei rapporti con la natura o alla “riconciliazione” con essa; esse tendono ad amministrarla prendendo in conto la necessità di preservarne almeno le capacità di autorigenerazione fondamentali. Da questa necessità si dedurranno le misure che si impongono nell’interesse dell’umanità intera e al rispetto delle quali gli Stati dovranno vincolare gli operatori economici e i consumatori individuali.

Prosegue questa riflessione affermando come i vincoli ecologici così definiti si tradurranno semplicemente in divieti, regolamentazioni amministrative, sanzioni, ecc. Quindi dalla sola amministrazione del problema, in assenza di una vera e propria ecologia politica, non potrà che determinarsi nel futuro prossimo (che è ora) una deriva verso l’eteroregolazione del funzionamento della società. La nostra “ecocompatibilità” sarà così indipendente dall’intenzione propria degli attori sociali.

In altri termini l’irresponsabilità di una politica non-ecologica e solamente – più o meno – ecocompatibile (che disegni un ambiente ancora sfruttabile dal capitale), ha portato tutti noi nella condizione attuale di dover fare i conti con l’incompatibilità tra salute, lavoro e ambiente. Perché l’ambiente, quello reale che rivendica la sua natura naturale, non ammette ulteriori interventi da parte di noi umani.

Non limitandoci alla manutenzione dell’esistente, abbiamo ecceduto con il nostro umanizzare la natura, colonizzando di essa oltre il sostenibile. Questo è un dato di fatto. Ma Gorz – e qui sta la sua attualità – aggiunge un elemento in più all’analisi: questa indifferenza all’approssimarsi al limite, nascosta nell’ecocompatibilità, produce e produrrà sempre maggiori limitazioni alla nostra libertà in termini politici. Questo perché in nome ora della difesa di ciò che non si è difeso sino ad ora (natura e bios), possono e potranno giustificarsi interventi estesi di controllo, sorveglianza e nel campo economico di austerità. Austerità che naturalmente verrà rigettata sulle classi più deboli (alle quali dovrebbe essere garantito, come affermano i più attenti, un reddito di esistenza).

Che questo che stiamo vivendo sia politicamente uno stato, non tanto di eccezione, quanto di emersione di un eccesso, lo si può notare dall’immissione forzata sulla scena di misure che, eccedendo la normale amministrazione (quella sino ad ora sufficiente a contenere i danni e a garantire consenso agli amministratori), prevedono ora l’applicazione di norme in cui si rileva una sorta di disinteresse, indifferenza, verso il nostro status precedente l’avvento del virus. Privati (temporaneamente?) della possibilità di esercitare le nostre normali attività quotidiane, vediamo piano piano erose quelle sicurezze che hanno definito la nostra posizione sociale pre-virus. E non siamo in grado di ricondurre questo processo di erosione a qualcosa che tutti abbiamo contribuito a produrre (in verità non tutti, e molti in modo inconsapevole …). Se ci pensiamo uno, dei meccanismi che da tempo stava disegnando la condizione attuale, è stato una forma macro di distanziamento sociale. Si tratta di quel distanziamento sociale come regola economica necessaria per immunizzare il nostro ambiente dal contagio dello sfruttamento più estremo definito dal capitale sull’uomo. Il distanziamento in parole povere dalla miseria imposta agli altri come strategia per garantire al nostro ambiente, ora meno immune, un utile di lungo periodo. Quel distanziamento sociale dai lavoratori del laboratorio tessile in Bangladesh, dagli schiavizzati nella miniera di Coltan in Congo e che abbiamo mancato di legare al distanziamento progressivo che si stava producendo qui, da noi, dai colleghi più anziani in difficoltà, dai lavoratori esternalizzati che sopravvivono con il 30% di stipendio in meno facendo lo stesso lavoro di quelli che ce l’hanno fatta ad avere il posto giusto.

Detto questo e tornando a Gorz, ora aspettiamoci una espertocrazia che, ponendosi a capo dei nostri paesi ex-immuni, ci racconti come se ne esce. Che ce lo racconti insomma e quindi che crei un’altra realtà virtuale, per continuare ancora (come direbbe Lacan…) a godere di qualche privilegio.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

3 pensieri riguardo “Ecologia politica / espertocrazia

  1. Aspettando i barbari

    «Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
    Stanno per arrivare i Barbari oggi.
    Perché un tale marasma al Senato?
    Perché i Senatori restano senza legiferare?
    È che i barbari arrivano oggi.
    Che leggi voterebbero i Senatori?
    Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
    Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall’aurora,
    siede su un baldacchino alle porte della città,
    solenne e con la corona in testa?
    È che i Barbari arrivano oggi.
    L’Imperatore si appresta a ricevere il loro capo.
    Egli ha perfino fatto preparare una pergamena
    che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
    Perché i nostri due consoli e i nostri pretori sfoggiano la loro rossa toga ricamata?
    Perché si adornano di braccialetti d’ametista e di anelli scintillanti di brillanti?
    Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
    È che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
    Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
    È che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi.
    E perché, all’improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento?
    Come sono divenuti gravi i volti!
    Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta
    e perché rientrano tutti a casa con un’aria così triste?
    È che è scesa la notte e i Barbari non arrivano.
    E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari…
    E ora, che sarà di noi senza Barbari?
    Loro erano una soluzione

    Konstantinos Kavafis

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  2. Ciao Paolo, allora, non volevo essere troppo ecocompatibile e pedante nel fare una parafrasi di una poesia il cui significato e analogie con la situazione presente, che stiamo affrontando, mi sembravano evidenti. C’è un Male rappresentato da una parte dai barbari che ci possono invadere, e dall’altra, dal virus che ci può altrettanto invadere (ok, siamo già invasi) e questo tra l’altro, nonostante la poesia sia stata scritta più di cent’anni fa (Kavafis è vissuto a cavallo tra Otto e Novecento). Ancora: Ci sono governanti che faticano a legiferare però si preoccupano delle apparenze, cioè dei vestiti degli abiti da indossare per presentarsi belli (rappresentarsi), con i crismi dell’efficienza, di un’apparenza da salvare; che però non è solo questo, è anche un far bella figura agli occhi della gente, dare un’immagine comunque positiva. Ossequiosi cacciatori di consenso. Soprattutto in certe regioni vorrei dire. Qui faccio però una digressione sul nostro quotidiano: non più di 20 giorni fa, in fila per far la spesa, quando sono diventate ufficiali le necessità di indossare guanti e mascherine riscontravo come ci fosse una nuova specie di corretto outfit, non semplicemente una regola, una norma di igiene pubblica a cui attenersi: anche lì, in una situazione di emergenza e necessità, qualcuno faceva bella mostra e andava fiero e si guardava intorno per vedere se gli altri lo notavano, quanto fosse figo con i suoi guanti e la sua mascherina.
    Tornando invece alla poesia, (e a noi), c’è un finale dove la delusione è palpabile: ci si aspettava un cambiamento che è svanito, non c’è stato. Perché? da chi ce lo aspettavamo? Che questo cambiamento venisse da fuori? Toccava a qualcos’altro, in un caso i barbari, nell’altro il virus, promuovere, provocare questo cambiamento? Noi non ne siamo capaci proprio? Non dipende anche da noi? Ci sono quindi speranze disattese.
    Sul non rispondere ecocompatibilmente al Mercato, mercato che tanto non si autoregola (è una bella favola, se fai finta di non vedere chi ne viene schiacciato, come nell’ottimo My name is Joe di Ken Loach) invocato da Gorz, ho, mi rendo conto, banali idee da moralista ( che svaria da Nietszche al Berlinguer della questione morale): per farti un esempio, soltanto venerdì scorso sentivo influencer di social media, che pur di far parlare, pur di generare discussione e di avere visibilità (leggi introiti sottoforma di spot diretti e di inserzioni), propugnavano ancora la tesi della “normale influenza”. Penso che la gente -e te lo dico dall’interno del settore pubblicitario- si sia stufata di sentire una cosa o regolarmente smentita di lì a poco, o i responsabili cavarsela con un semplicistico, quasi irresponsabile “ci siamo sbagliati”; che assolutamente capita, però quando diventa sistema, prassi consolidata, calcolo e strategia comunicativa, qualcosa che non funziona c’è (o sei inetto o truffaldino), su cui il legislatore dovrebbe poter intervenire. Perché i bei principi, se vengono solo enunciati e mai attuati sfiniscono: alcuni si stancano e rinunciano, altri, i più, si adeguano al sistema e a quel punto non puoi più pretendere nulla, non puoi più volere nulla se sei/fai come gli altri

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