L’ansia di potere

“L’emergenza coronavirus e oltre un mese di lockdown hanno messo a dura prova la stabilità psicologica degli italiani. Il 63% delle persone ha disturbi come l’insonnia, il mal di testa, mal di stomaco, ansia, panico e depressione”

Così, il 28 aprile dell’anno corrente, recita una breve notizia pubblicata in rete dall’agenzia adnkronos. Il 63% degli italiani, afferma il CNOP (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi), sta manifestando una serie di disturbi psico-somatici che si connettono – in un qualche modo non specificato nell’articolo – a questa fase storica di convivenza con il coronavirus.

Dell’indagine commissionata all’Istituto Piepoli non sappiamo nulla, se non da qualche riferimento ai dati presente nei commenti di alcuni rappresentanti del CNOP (immagino siano persone che hanno studiato nei dettagli il sondaggio e abbiano ricevuto l’autorizzazione a parlarne a nome del CNOP) e, ai tanti portatori che si riconoscono dentro questo quadro clinico, non resta, per saperne di più del loro malessere, che varcare la soglia dello studio dello psicologo. Prima oltrepassate quella soglia e poi se ne parla insieme: abbiate fiducia (il vecchio motto: “provare per credere”).

Questo sondaggio non sorprende e – come ammettono alcuni amici del campo “psi” – rientra nella dimensione di promozione di un mestiere che – dentro il grande vortice scatenato dalla pandemia – può essere di qualche utilità per qualcuno. Ognuno, proiettato in questo futuro incerto, deve fare i conti con quello che sa fare e deve proporsi in modo differente perché diverse sono le condizioni nelle quali il suo saper fare si deve/dovrà inquadrare. Più disagio (questo è certo!), meno soldi per tanti.

La realtà necessita di essere affrontata, anche dal CNOP. Ma, detto questo, vorrei sottolineare che a lato della promozione del mestiere, l’elemento più interessante che emerge sociologicamente non è tanto questa creazione di una numerologia che potenzialmente può attrarre il cittadino ansioso, depresso e insonne – che scopre di essere “malato” di questi disturbi dopo l’esposizione protratta all’isolamento (o alla convivenza forzata con qualcuno di non desiderato…) – verso lo studio dello psicoterapeuta. Piuttosto trovo d’interesse – per una lettura sociologica – quel meccanismo di risposta che il potere burocratico (in questo caso identificato in un ordine professionale) fornisce a tutto quel disagio che la biopolitica – oggi supportata dalla sua versione biomedica – non riesce ad inquadrare con strumenti altri rispetto a quelli del marketing.

Quando si tratta di curare un disagio senza gli strumenti della ricerca farmacologica e neurologica, utilizzando tecniche di ascolto della parola, interpretazioni del comportamento e utilizzo di test, per il politico che ha la responsabilità di valutare, legiferare, dislocando risorse per quella categoria di addetti alla cura, le cose si fanno molto complicate e ancora di più le cose si complicano per quell’ordine professionale che di quella categoria ha la responsabilità di sostenerne la rilevanza sociale ed economica.

Come si fa ad avere il “potere di curare” (la legittimità) da una posizione così precaria, priva degli strumenti operativi della medicina come il farmaco, la TAC e il bisturi?

La fiducia verso l’operatore della parola, non supportato dalla scienza medica (a volte sopportato come protesi) non può in questo caso che vincolarsi ad una serie di pratiche agite dalle rappresentanze sotto forma di strategie e tattiche che entrano nel campo della retorica, del marketing e della promozione di se stessi (come individui e come categoria professionale). Questo atteggiamento, sia chiaro al lettore, attraversa tutto il campo della “cura con la parola” e quindi non è una questione che riguarda solo gli psicoterapeuti e il loro ordine. Educatori, pedagogisti, counselors e psicanalisti condividono il campo di battaglia della cura attraverso la parola e non tutti sono professionisti “ordinati”. Alcuni ora vincono e poi perdono (davanti a un giudice spesso), alcuni di disegnano un mondo altro nel quale il problema viene eluso, e questo – a mio parere – dimostra che non c’è soluzione facile alla questione. Forse non c’è una soluzione e basta.

La pandemia ha stravolto il sistema e ora ognuno deve ritrovare la fiducia, non tanto in se stesso (non solo in se stesso), quanto nello sguardo del nuovo mercato che riscrive (lo sta già facendo da tempo…) la lista di chi per lui ha un’utilità come lavoratore e come portatore di un sapere economicamente spendibile. Si salva, per questo mercato, chi produce plus valore e soccombe chi non serve a niente. Per questo mercato è così.

In questa certezza di un futuro incerto siamo immersi in un numero che è più elevato di quel 63% di cui parla il sondaggio dell’Istituto Piepoli e la soluzione ad ansia e panico andrebbe ricercata dentro la produzione di un sociale differente, di legami di solidarietà che non hanno come finalità l’utile, ma la reciprocità e la condivisione. Così, al di là dei sondaggi, vedrei le categorie che quel mercato vecchio e mortifero sta relegando alla marginalità e all’inutilità, ad aprirsi verso una prospettiva di dialogo e di scambio reciproco. Chi si pone al comando di una categoria professionale debole, come è nei fatti quella degli psicoterapeuti, dovrebbe partire dal presupposto che accanirsi nel produrre numeri per “riportare i clienti a bottega” è un’operazione che non solo è oggi più che mai fallimentare, ma contiene in sé quell’effetto perverso di lavorare per la propria autodistruzione (su questo la sociologia ha detto molto).

Per concludere, pagato il tributo al proprio malessere psicologico magari (per chi ha fiducia) andandoci dallo psicoterapeuta, poi dovremmo -una volta “curati” – affrontare la realtà: altrimenti vuol dire che quella cura non serve a niente, perché il mondo sarà sempre peggio e l’ansia, la paura e il panico ci mettono un attimo a tornare e per affrontarli non basterà di certo la parola dello psicologo.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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