Marc Bloch, le false notizie e le fake news*

In tempi ormai lontani – era il 1921 – lo storico Marc Bloch scriveva di false notizie. Che, traducendo, forse sono quelle che noi oggi chiamiamo: fake news. Lo storico francese trattava di false notizie rivolgendo la sua attenzione al conflitto bellico mondiale al quale aveva partecipato come Ufficiale di fanteria combattendo sul fronte occidentale. La Prima Guerra fu l’occasione per lui, storico e metodologo, di osservare in azione i meccanismi di creazione delle false notizie.

Nasceva – negli anni in cui Bloch affronta la questione delle false notizie – un certo interesse da parte della psicologia per la ricostruzione dei fatti storici attraverso la raccolta e l’ascolto delle testimonianze dei reduci del conflitto, operazione dettata dal bisogno di ricostruire i legami sociali e il senso di appartenenza all’interno di una memoria condivisa su quanto accaduto negli anni della guerra. In quel periodo del ‘900 – parallelamente a quanto la psicoanalisi e la neuropsichiatria elaborano sul tema del trauma da conflitto bellico – si avviano interessanti sperimentazioni da parte di psicologi per indagare in modo dettagliato come si costruisce l’adesione individuale e di gruppo a fatti narrati (sperimentazione che in realtà si era già attivata per studiare l’efficacia della propaganda di guerra praticata attraverso i media dell’epoca) o ai quali si è stati testimoni diretti o indiretti.

Marc Bloch intuisce che psicologia sociale e storiografia da quel momento in poi avrebbero incrociato le loro strade.

Nelle sue: Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra**, lo storico saluta con favore queste sperimentazioni dei futuri psicologi sociali in quanto ritiene che esse possano dare un apporto importante allo sviluppo di un metodo storico maggiormente fondato su basi razionali. Ugualmente però si dimostra dubbioso sul fatto che possa esservi una corrispondenza reale tra esperimenti di laboratorio nei quali si riproduce una situazione sociale e processi storici che prendono avvio da false notizie ed errori di valutazione. A questo proposito scrive:

Negli esperimenti degli psicologi la falsa notizia non arriva mai a quella magnifica pienezza che solo una lunga durata e innumerevoli bocche possono darle.

Soprattutto, a queste creazioni di laboratorio manca quello che forse è l’elemento essenziale nelle false notizie della storia. Queste nascono spesso da osservazioni individuali inesatte o da testimonianze imprecise, ma questo accidente originario non è tutto; in realtà, da solo non spiega niente. L’errore si propaga, si amplifica, vive, infine, a una sola condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole

Condividendo queste affermazioni di Bloch, credo che oggi non ci si interessi più di quel “terreno di coltura favorevole” con quello sguardo analitico frutto di un dialogo serrato e continuo tra storia e ricerca sociale. Forse (ma su questo sono pronto ad essere smentito dagli esperti accademici e non) gli ultimi a farlo sono stati gli appartenenti alla Scuola di Francoforte e mi vengono in mente a proposito autori come Benjamin, Adorno e Fromm. Dopo di loro e l’avvento della “società degli individui”, il laboratorio degli psicologi sociali pare essersi allargato colonizzando il “terreno di coltura” di cui parla Bloch: tutto di questo “terreno” ad un certo punto si è reso riproducibile negli spazi del laboratorio; il campo sociale, arato e suddiviso in tanti piccoli orti, pare essere diventato un luogo asettico nel quale in tanti si cimentano nell’applicare tecniche, controllare variabili, costruire dati. Raggiunta una sorta di plausibilità scientifica (incrociando dati, disegnando profili) si progettano altri orti e serre dove allevare nuove generazioni immuni da errori non solo genetici, ma anche di adattamento sociale. E così agli occhi degli storici, così come a quelli dei sociologi, è come se si fossero prosciugate le fonti per sondare quel “terreno di coltura favorevole” per le false notizie. Non sanno, o non gli interessa più, vedere l’orizzonte, l’indistinto dove si muovono le “vere” false notizie che cambiano e stanno cambiando la sorte degli uomini. Marcando questo indistinto come ideologico o morale, eludono il compito di studiare un contesto che attualmente ha una complessità mai vista prima. Non fanno più archeologia del sapere, magari concentrandosi sul locale per arrivare al globale, come suggerisce l’insegnamento di Michel Foucault quando affronta la questione dei gulag andando contro il pensiero egemonico del PCF.

C’è da chiedersi oggi quali siano le fonti per gli storici e i sociologi contemporanei. I social network? Gli hashtag di Trump e di Renzi? Le intercettazioni di Berlusconi al telefono con la escort di turno? Sono questi per gli studiosi i testi da consultare?

Forse occorre a questo punto fare una precisazione: le false notizie di cui parla lo storico Marc Bloch sono quelle che possono cambiare il corso della storia. Mentre le fake news non lasciano nemmeno un graffio. Sono due cose diverse: le prime hanno una forma e una sostanza, le seconde hanno solo una forma, ma sono prive di consistenza storica. Le fake news non producono nulla, se non audience o danni a qualche malcapitato designato da vigliacchi da tastiera come vittima.

E così, quanto seminato nei social network non fa e non farà la storia. L’esibizionismo da tastiera e la diffamazione digitale a base di fake news, anche se agita dai potenti di turno, non fa e non farà male (o bene…) a nessuno: non cambierà il corso della storia. Fa invece più male l’atteggiamento di indifferenza e impunità che si estende da questo deserto/far west social, nella pratica dei corpi reali, in azione: nelle famiglie, nei posti di lavoro, nei luoghi del loisir, nei supermercati e alla guida dei nostri mezzi di trasporto. Nell’indifferenza generalizzata non c’è spazio per le “vere” false notizie e per gli errori di valutazione (per es. pensiamo a Chernobyl e alle false notizie che a questo evento si collegano), la cui consistenza si valuta negli effetti, nei cambiamenti che queste producono nella collettività. Nell’indifferenza c’è invece spazio per le fake news la cui forma si adatta sia a chi ci crede e sia a chi non ci crede. Sono elasticizzate e reversibili.

Semplificando si potrebbe dire che se le false notizie sono muri che ti costringono a cambiare direzione o a doverli abbattere per procedere (facendo la fatica che serve), le fake news sono specchi senza una consistenza solida: si possono attraversare con leggerezza e spazzare via con un soffio.

Le false notizie che pesano nella storia agiscono nel legame tra gli uomini cambiandone il destino. Le fake news si presentano sulla scena come mezzi di distrazione dal legame con l’altro-simile a noi, soggetto con il quale non intendiamo più impegnarci. Le false notizie di cui parla Bloch costruiscono percorsi collettivi imprevisti, le fake news sono fumo negli occhi, buono per dibattiti e talk show su gossip, stili di vita e tragedie private: argomenti che trovano tra i tanti estimatori anche qualche sociologo…

Marc Bloch (che ha attraversato due guerre mondiali, ucciso nel 1944 per mano nazista) come guarderebbe da storico a questo periodo pandemico? Cosa direbbe dei complottismi, delle isterie dei no vax, e di tutte quelle fake news di cui ci cibiamo rimanendo chiusi in casa davanti ad uno schermo riflettente che ci rende immuni da quegli errori frutto di quella dialettica tra “vero e falso” che è la sostanza viva della vita reale (e morta nei social)?

* Dei temi affrontati nell’articolo ne parlo insieme a Giuseppe Ricca e Manuel Colosio nella prima puntata del ciclo di trasmissioni de “Il disagio nella civiltà” dal titolo: “La storia siamo noi?” in onda su Radio Onda d’Urto tutti i martedì alle 20.00.

**M.Bloch (2014), La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Fazi Editore, Roma

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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