Il coraggio della laicità

La settimana scorsa, il 16 ottobre, è stato ucciso Samuel Paty, un insegnante di un istituto superiore francese. Ad ucciderlo è stato un ragazzo diciottenne di nome Abdullakh Anzorov. L’omicidio è avvenuto in strada. Successivamente all’omicidio, il ragazzo è stato ucciso dalle forze dell’ordine.

Questa è la notizia.

Poi c’è il resto: ossia tutto quello che dal fatto criminale si può e si potrà raccogliere per interpretare, ricostruire, collegare per usarlo per un certo periodo di tempo come prodotto giornalistico e televisivo. Al centro della memoria, dopo un po’, resterà solo il fatto criminale: l’uccisione di Samuel Paty da parte di Abdullakh Anzorov.

A margine della lettura del fatto che lega il tutto al terrorismo di matrice islamica, penso ci sia qualcosa di cui non si parlerà. Questo qualcosa è il campo nel quale ipotizzo – e su questo penso di non sbagliare di molto – si sentisse protagonista l’insegnante ucciso. Questo campo si chiama: laicità.

Il Corriere della Sera del 17 ottobre, a firma Stefano Montefiori, prova a raccontarci a suo modo chi era la vittima. Lo fa partendo dalla professione che svolgeva Samuel Paty: l’insegnante. O meglio: l’insegnante di Storia, Geografia, “ma anche di Educazione civica e morale” (il virgolettato è una citazione dall’articolo). E come professore si occupava quindi di insegnare due materie “normali”, più una disciplina particolare chiamata: educazione civica e morale. E come professore si occupava quindi – e quel “ma anche” del giornalista sottolinea questa cosa a mio parere – di entrare in un campo minato, dove le nozioni scivolano, il metodo di trasmissione è incerto, l’opinione e l’atteggiamento sui temi trattati in aula possono “scaldare” la lezione.

L’educazione civica e morale per alcuni studenti – e per i loro genitori – è una roba secondaria: materia facoltativa, ora utile per ripassare sottobanco la lezione successiva, perché “tanto ognuno impara a modo suo a stare al mondo e non è certo un insegnante qualunque che me lo deve spiegare”. Per altri ancora, studenti e loro genitori, è una cosa che potrebbe benissimo sovrapporsi all’ora di religione: chi meglio di un prete può trasmettere ai giovani i sani principi per vivere in società. Per altri – e suppongo lo fosse anche per questo povero insegnante – è la manifestazione più evidente che la scuola è uno spazio laico, non connotabile da una morale religiosa. E non perché la scuola laica escluda al suo interno la presenza del “religioso”, ma all’opposto perché la comprende come campo di scelta soggettiva. La scuola laica agisce nel principio che ogni soggetto è lì accolto se rispetta il principio che ogni scelta religiosa (compreso l’ateismo) di chi la frequenta è rispettata in quanto è pubblicamente e istituzionalmente legittima. La scuola pubblica è (dovrebbe essere…) questa cosa qui: non è né atea, né religiosa. E’ laica e basta.

Detto questo – che può apparire come una affermazione di principio, un concetto da manuale – bisognerebbe entrare nel merito della difesa della laicità da parte di chi politicamente e amministrativamente le scuole le fa vivere come organizzazioni fatte di persone in carne ed ossa. Perché una scuola laica, nella pratica e attraverso le sue gerarchie, avrebbe difeso da subito il povero Samuel Paty al primo attacco personale da parte di quei genitori (che fossero musulmani a mio parere è secondario) che si sono sentiti in diritto di mettere in discussione quanto lui stava facendo in classe, parlando da una cattedra, definendolo pubblicamente come qualcosa di illegittimo e non in linea con il suo mestiere di insegnante. Questi genitori evidentemente non sanno che cosa sia una scuola laica. Non lo sanno perché non gli è stato spiegato dalle autorità? Oppure lo sanno, ma vorrebbero che la scuola non fosse laica?

Qui credo stia la questione che – a fianco del terribile fatto di cronaca che evidentemente ci colpisce – ci implica a noi tutti: la difesa della laicità. Laicità dello Stato e quindi anche laicità della scuola (pubblica!). Perché la laicità è il campo della democrazia, non un principio tra gli altri al quale qualcuno, soprattutto chi governa il Paese, può declinare non difendendolo come principio costitutivo ed essenziale di una democrazia. Perché, rigettando e limitando le responsabilità ai soli protagonisti della scena del crimine (la vittima, il carnefice e la comunità), le istituzioni e i media che ne narrano la posizione rispetto ai fatti, aprono spazi di ambiguità nei quali la violenza diventa una opzione plausibile per chi – in modo paranoico – identifica la propria soggettività con quella cosa che in tanti, non sapendo trovare altri termini, chiamano Civiltà (con o senza dio).

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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