Apologia dell’archivista

Da settembre di quest’anno ho avuto l’occasione di intervistare, all’interno di una trasmissione radiofonica che curo, alcuni storici. Ogni settimana, con i miei due colleghi conduttori e l’intervento di uno storico, abbiamo approfondito un tema che personalmente ritengo di forte attualità: il legame tra storia e identità. Il titolo del ciclo di trasmissioni è (uso il presente perché concluderemo il ciclo a dicembre): “La storia siamo noi? Identità, identificazioni, legame sociale” e ha visto sino ad ora la partecipazione di storici di estrazione diversa: da quelli accademici a quelli indipendenti, Un punto di incontro credo, da quanto ho sentito nel loro esprimersi, è l’essere tutti attraversati da uno spirito militante legato alla pratica della loro disciplina.

Che quello dello storico sia un lavoro, praticabile anche come ricercatore indipendente, non è qualcosa che immediatamente si coglie nel senso comune. Sì certo c’è l’Università entro la quale si insegna la storia, ci sono i divulgatori della Grande Storia (quasi sempre con il bollino accademico) con i loro best sellers e le loro comparsate sempre più frequenti in tv. Ma il lavoro dello storico, quello connotato dalla fatica, dai dubbi, dalla ricerca, dall’investigazione prolungata dentro gli archivi: quello non si vede e poco lo si immagina. Di quello non se ne sa praticamente nulla. Il fatto che non si veda – offuscato dal dominio mediatico dei divulgatori main-stream – comporta che quel lavoro non sia ritenuto elemento essenziale per “fare ed essere degli storici”.

In una intervista allo storico bolognese Luca Alessandrini, per molti anni direttore dell’Istituto Parri Emilia-Romagna, ho posto a lui una domanda su che cosa siano oggi per uno storico gli archivi. La sua risposta è stata:

L’archivio per uno storico è tutto.

L’archivio è il luogo nel quale si manifesta la proprietà pubblica del nostro passato e di tutto ciò che la nostra società ha prodotto nel corso del tempo

Accade però che gli archivi, prosegue Alessandrini, siano considerati oggi “un costo passivo, perché vengono studiati poco”. Il perché vengano studiati poco risiede semplicemente nel fatto che l’interesse “pubblico” per una certa epoca storica appare sempre più in concomitanza con una ricorrenza (l’anniversario) che riporta sulla scena quel periodo nel quale certi fatti sono accaduti. Così gli archivi del Risorgimento, della Resistenza, della Prima Guerra, ecc… si spopolano in certi momenti per poi essere frequentati maggiormente in altri. Questo andamento altalenante dell’utilizzo pubblico degli archivi non sfugge allo sguardo di amministratori che, sentendosi legittimati dai numeri, chiudono o ridimensionano in modo drastico gli archivi inserendoli nella lista dei loro tagli da fare come una voce qualunque di spesa del bilancio pubblico. E così si chiude sulla base di freddi criteri economici o si spedisce altrove o semplicemente si digitalizza per riporre il tutto in un sito o in una chiavetta USB una proprietà pubblica fondamentale.

A proposito di questo Luca Alessandrini si esprime così:

Sono stati tagliati i sovraintendenti dal governo; sono state bloccate le assunzioni; ci sono interi fondi dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma (all’EUR) che sono inaccessibili perché non c’é il personale; il personale in ogni capoluogo di Provincia sta invecchiando, va in pensione e non viene sostituito; è scomodo e difficile accedere agli Archivi di Stato; i fondi degli archivi di Stato non vengono inventariati e messi a disposizione degli studiosi perché non c’é il personale.

In questo procedere attuale che alcuni studiosi chiamano di “stasi iper-accelerata” del tempo storico (ad es.: Fukuyama, Baudrillard e Virilio), il Presente domina (come stasi appunto) e in esso impera la cattiva pratica politica di tagliare con il Passato – e dunque chiudere gli archivi – perché in esso non si intravede più alcun legame con il Futuro. Partire dal Passato per volgersi al Futuro è operazione difficile, faticosa e che non concede sconti, soprattutto a chi cerca un consenso immediato. Meglio per costoro saltare l’ostacolo, arrivare al traguardo prendendo la scorciatoia della spettacolarizzazione di se stessi, magari affiancati da qualche simpatico storico consultabile in tv come un Bignami e al quale fare riferimento in occasione delle ricorrenze.

Non ci si rende conto che l’atto di chiudere gli archivi – o renderli sempre più inaccessibili – corrisponde simbolicamente all’affidarsi al dominio di un Eterno Presente entro il quale si nega (si annega) e si rimuove la possibilità di un qualsiasi cambiamento. Chiudere gli archivi è un movimento di sottrazione, di disconferma del “possibile altrimenti”, é gettare come scarto tutto quello che gli storici (e anche i sociologi militanti, che attualmente sono veramente pochi) fanno quotidianamente con il loro lavoro tra le carte e tutte le altre tipologie di fonti reperibili negli archivi. Un lavoro importante che muove dall’intenzione di mostrare come il cambiamento sia qualcosa di possibile perché è il Passato – che negli archivi emerge attraverso l’accurato lavoro di ricerca, di studio di fonti e messo a disposizione di tutti – che è lì a dimostrarcelo.

Qualcuno, come ad es. Paolo Mieli, avanza la tesi che si deve avere il diritto all’oblio rispetto ad eventi che hanno segnato la storia in modo drammatico. Mi pare sia qualcosa che abbia un senso se collocato nell’ambito del vissuto individuale (ognuno ha il diritto di dimenticare), ma che d’altra parte sia un movimento che va contrastato nel caso si presenti come proposta istituzionale promossa in nome di una qualche pacificazione della storia. Soprattutto se questa proposta coincide, come spiega bene Luca Alessandrini, con la chiusura e la limitazione all’accesso di quei luoghi – gli archivi – dove risiedono i documenti, le testimonianze e tutte quelle fonti che sono per legge di proprietà pubblica. Una proprietà pubblica che tale deve rimanere ed essere difesa affinché al ruolo dello storico non si sostituisca quello di un giudice di parte (di una parte politica) che emette una sentenza sul Passato imponendola a tutti noi come la Verità.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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