Tra negazioni e negozianti

Verrebbe voglia di spegnere tutto. Tv, computer, telefoni e radio. Ma pare non sia possibile: come dice Giovanni Lindo Ferretti siamo tutti in ballo su una tabula rasa elettrificata e l’elettricità che ci gira sotto i piedi continuerebbe ad infastidirci anche dopo aver staccato le spine di tutti gli apparecchi che abbiamo in casa.

La sensazione è quella di essere stati gettati tutti quanti in un grande acceleratore di particelle dal quale verrà sputata fuori a breve l’umanità elettrificata. Che il virus abbia dato impulso a questa accelerazione sono in molti a dirlo. Qualcuno è molto contento di questa spinta inaspettata e immagina un orizzonte digitalizzato di giustizia ed efficienza e qualcun’altro pensa – a volte cinicamente e con un ghigno malefico – che presto arriveremo ad estinguerci. Io, comunque, mi tocco le parti basse che non si sa mai.

Ieri mi è capitato di leggere un testo lunghissimo di Wu Ming dal titolo: “A cosa serve l’epiteto “negazionista” e quale realtà contribuisce a nascondere” che mi ha aiutato a fare chiarezza su alcune inquietudini della quotidianità di questi strani giorni. Queste inquietudini sono quelle che albergano in tanti di noi nelle riflessioni su quanto ci sta accadendo. Più va avanti la questione pandemica endemizzandosi, più si insinua in una fessura della nostra psiche – ormai colonizzata dai media virali – qualche elettrone di segno negativo che, buttato fuori con la parola espressa pubblicamente, diventa all’ascolto elettrificato dell’altro, movimento volontario e autonomo di sottrazione al discorso positivista. Che è il discorso istituzionale, quello che ha lasciato il campo politico vuoto colmandolo con l’apporto massiccio di scienziati (come tali in disaccordo tra loro) sul fronte della comunicazione main stream.

Le parole fuori dal discorso, con il Covid 19, vengono in un certo senso neutralizzate all’interno di un processo di pastorizzazione che le vuole ripulite dalla loro ambiguità e dai significati che gli stessi dizionari ci indicano essere molteplici quando vogliamo approfondirne il senso. Si tratta di negazione della complessità.

Come ben spiega Wu Ming nel suo lungo scritto, una di queste parole oggi pastorizzate è: negazionismo. Negazionismo che è divenuto infatti un epiteto: ovvero una sbrigativa sintesi per nominare qualcuno o qualcosa e toglierselo davanti agli occhi e lontano dagli orecchi. Il termine è uscito quindi dal dibattito tra storici e fazioni politiche che usano la memoria divisa (le disgrazie altrui) per costruire consenso attorno a sé, per entrare prepotentemente nell’agone del sociale che comprende, nell’era elettrificata, i social. Il sociale che è il linguaggio, la cui degradazione in questa fase è innegabile.

Ad un certo punto l’articolo di Wu Ming dice:

“Quel che è più grave, il termine spinge verso la patologizzazione dei discorsi sgraditi e la psichiatrizzazione dell’avversario: se non sei d’accordo con me che la penso “come tutti” allora “neghi la realtà”, e chi nega la realtà è un folle o un demente, e con i folli o i dementi non si può ragionare.”

Ecco, su questo punto mi permetto di esprimere qualche dubbio. Forse perché, nei miei anni da educatore e per ragioni di studio, ho conosciuto da vicino la patologizzazione e la psichiatrizzazione fatta sui corpi reali e quindi poco mi scalfiscono gli epiteti, quanto invece può intimorirmi l’azione reale delle istituzioni quando operano la loro violenza di controllo e di contenzione sulla base di letture certificate da scienziati improbabili come sono gli psichiatri veri. Dello psichiatra da strada, che può assumere il volto della casalinga e del salumiere, sinceramente non mi importa molto: a meno che non si organizzi in branco per linciare lo sventurato podista privo di mascherina.

E’ vero però che ad un mio amico, psicoterapeuta rogersiano di cui ho grande stima, un collega piuttosto che sbrigativamente tacciarlo di essere un “negazionista”, abbia preferito fornirgli – al suo aver mostrato pubblicamente inquietudini e critiche verso l’operato istituzionale in questa fase – una diagnosi degna di un nuovo aggiornamento del DSM. All’epiteto, al quale si può sempre rispondere con un dito medio alzato, qualcuno evidentemente preferisce l’arrogante elaborazione linguistica da “professorino” così da poter stare con la coscienza dalla parte della scienza (la sua).

Detto questo, tra negazioni e negozianti incazzati, il dibattito sta degenerando e quella fessura nella psiche di tutti noi si sta allargando e, al bombardamento di elettroni negazionisti e positivisti, occorre a mio parere trovare un modo per sottrarsi.

Magari staccando più spine possibili in casa e pedalando di più in aperta campagna.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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