Ripartire dalla proprietà sociale

In questa fase storica, la proprietà di sé non dovrebbe avere la peggio sulla proprietà privata. Se ciò avvenisse significherebbe dover riconoscere che nel nostro Paese, dal dopoguerra ad oggi, non si è costruita una proprietà sociale alla quale ogni cittadino può fare riferimento per ritrovare la proprietà di sé quando questa è messa in crisi da emergenze come quella attuale.

Proprietà di sé significa aprirsi all’altro per autodeterminarsi. Proprietà privata significa chiudersi all’altro per autodeterminarsi. Proprietà sociale significa determinarsi insieme con l’altro.

La pandemia non ha spento quella dinamica ormai interiorizzata dall’individuo imprenditore di sé stesso tra proprietà privata e proprietà di sé e agita, disgraziatamente, come strategia individualizzata in risposta alla crisi economica del 2007. Quella logica perversa secondo la quale tra facoltà individuali (cognitive, psicofisiche, di autostima) e capacità di produrre valore economico c’è un legame stretto e imprescindibile è ancora viva. L’essere (la proprietà di sé) e l’avere (la proprietà privata) possono ancora sovrapporsi. Ma forse la novità è che la questione della proprietà sociale non può più essere omessa dal dibattito. E la proprietà sociale non è esattamente quello che chiamiamo welfare, perché questo termine si esaurisce nel coniugare il benessere alla sicurezza e se non viene declinato attraverso l’uso di aggettivi è un termine vuoto.

Visto che in tanti dibattono di un nuovo welfare proponendosi forse in sostituzione degli ormai consunti virologi, ritengo sia invece più proficuo deviare il discorso per ragionare in termini di proprietà. In questo nostro Paese, come afferma puntualmente nel suo ultimo testo Luca Ricolfi (Ricolfi, 2019), è la proprietà che definisce – vista la fase di stagnazione economica, la quantità di risparmi accumulati e la possibilità di un utilizzo massiccio di lavoro para-schiavizzato per le mansioni più umili e rischiose – lo status di quegli italiani che aderiscono al discorso della classe egemone (ognuno, a seconda dello schieramento ideologico, può scegliere se far corrispondere o meno la classe politica alla classe egemone). Solitamente in ambito sociologico e antropologico si evita il termine proprietà, in quanto è ritenuto troppo grezzo e affine al linguaggio degli economisti, scienziati meno umani tra gli umanisti.

Quindi parlare di proprietà sociale potrebbe essere un modo per non delegare il tema della progettazione e programmazione degli interventi per la ripresa economica ai soli economisti e, per la gestione di quelle che Bauman chiama “vite di scarto”, ai filantropi (più o meno laici). Di proprietà sociale tutti potremmo occuparcene.

Questi tempi hanno messo sotto i riflettori la stoffa con la quale è cucito il tessuto sociale del nostro Paese. Al di là del progetto – più o meno riuscito – di creare cavalcando la pandemia una nuova unità nazionale (“siamo tutti sulla stessa barca…”), ognuno a quanto pare sta privatamente facendo i conti con le risorse a sua disposizione per farlo rientrare in possesso delle posizioni che ricopriva prima del lockdown. Prima di rivolgersi allo Stato, ogni cittadino responsabile sta facendo i conti con quella rete di protezione di cui conosce i margini e all’interno della quale può muoversi privatamente, senza mostrare all’esterno forme di degradazione del proprio status. Questa rete è quella familiare , in senso lato. E se prima d’ora non aveva avuto necessità di attingervi a questa rete, ora è costretto a farlo. Fino a quando è possibile per costui è la proprietà privata che può evitargli di entrare in una dinamica di degradazione. Poi, esaurite queste risorse, entrerà in campo l’esterno, il pubblico. La dimensione privata dovrà rompersi per fare riferimento a quella pubblica. Ed è qui che il buon cittadino scoprirà se lo Stato è uno stato responsabile, che per aiutarlo non lo getterà in pasto ad un sistema di beneficenza, ma agirà mettendo a sua disposizione quella che si chiama: proprietà sociale.

Ma cos’è la proprietà sociale?

La proprietà sociale – afferma il sociologo Robert Castel (Castel, Haroche, 2013) – esiste se, all’interno di una dinamica storica di uno Stato che ha accettato la separazione della proprietà dal lavoro (non mi pare che questa cosa sia messa in discussione…), le parti sociali sono riuscite ad accordarsi per mettere in campo strumenti di protezione sociale guidati dall’obiettivo di garantire che venga riconosciuta socialmente a chi ne usufruisce il mantenimento della proprietà di sé.

In altri termini, la proprietà sociale di uno Stato e la proprietà di sé del cittadino sono annodati insieme per il mantenimento della dignità di entrambi. Dignità dello Stato e del cittadino che si potrebbero degradare contemporaneamente nel caso in cui a dominare la scena fosse la proprietà privata.

Per concludere: terminato il lockdown, ognuno si fa i conti in tasca e – guardandosi attorno – tentando di riannodare quell’intreccio sempre più sfilacciato tra proprietà di sé e proprietà privata rischia di ammalarsi se non trova uno Stato in grado di soccorrerlo con una proprietà sociale nella quale ritrovarsi con chi, come lui, non vuole beneficenza, ma dignità per riprendere la sua strada. Ma che questo cittadino mantenga la proprietà di sé interessa al nostro Stato? E qui, in Italia, si è costruito nel tempo questo vincolo di reciprocità tra Stato e cittadino per annodare proprietà di sé e proprietà sociale?

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

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