Gli ascoltatori professionisti


Per deformazione professionale sono costantemente in ascolto verso tutto quello che si muove nel vasto mondo degli ascoltatori. Tra consulenti, psicoterapeuti, baristi, parrucchieri, giornalai e giornalisti e, perché no, anche sociologi clinici (pochissimi), il mondo degli ascoltatori è in grande aumento e rischia ormai il sovraffollamento.

Anzi, forse questo sovraffollamento già c’è da un po’ di tempo.

L’ascolto, in questo mondo dove la spinta è all’auto-determinazione e alla creazione di una reputazione (una qualunque, basta che desti qualche interesse), si presenta sul campo del legame sociale sempre più come elemento di distinzione e possibilità di ricavare un utile. L'”ascoltatore” è dunque oggi una figura sociologicamente rilevante (chissà, forse Simmel ne avrebbe parlato in qualche suo saggio…). Ascoltare è un atto che chiede diritto di residenza nel sociale; perché ascoltare porta in gioco una supposta differenza, si mostra come una qualità che può declinarsi in competenza.

Per questo da tempo non è più sufficiente l’ascoltare l’altro come fa il barista, il parrucchiere e il giornalaio per distinguersi come ascoltatori. Per mostrarsi come “veri” ascoltatori occorre fare di più, ad esempio mostrare una postura adeguata di fronte all’altro, dedicargli un tempo adeguato, tutto per lui. E soprattutto, per essere competenti all’ascolto, certificarsi come persona capace di “mettersi in ascolto”.

Mettersi in ascolto, significa che l’ascoltatore è professionale perché a differenza del semplice ascoltatore ha una capacità (il mestiere) di accendere e spegnere l’ascolto in presenza dell’altro.

Questa espressione, “mettersi in ascolto”, mi ha sempre colpito, perché è sia vera che falsa. Per me è così. La inquadro come una espressione tipica della post-modernità, dove  qualità e quantità litigano insieme e si contraddicono a vicenda senza mai divorziare.

In tanti, e qui ci sta la possibilità concreta di entrare o meno dentro la categoria dei professionals,  c’è l’ambizione di trarre dall’ascoltare un qualche utile, un plus valore (soldi). Questa ambizione legittima e legittimata sulla carta, è il motore che muove il grande mercato di scuole, università e corsi più o meno raffazzonati di ascolto “professionale”. Io stesso, avendo un omino aspirante ascoltatore-professionista dentro me, ho fatto nel mio percorso formativo un corso di ascolto (ad orientamento psicoanalitico) di cui nel quotidiano oggi rilevo la grande importanza sul piano personale. Insomma, tre anni per me spesi molto bene.

Però quello che mi accade (ma sarà forse una questione da portare al mio psicanalista…) è che fatico a mettermi dentro lo scatolone degli ascoltatori che lo fanno per professione. Forse perché la mia formazione sociologica (prevalente) non ha mai previsto di chiudermi in una stanza per ascoltare qualcuno e farmi pagare per questo (accidenti a me!). O forse perché non riesco a trovare in me quel pulsante che mi permette di “mettermi in ascolto” a comando.

Se posso esprimermi su questo (non si offendano troppo i professionisti), con tutti i dubbi possibili, credo che l’ascolto non può che essere orientato dal desiderio di essere ascoltati in un qui ed ora che non può essere deciso da qualcun’altro. La questione centrale sta, per chi aspira a farsi professionista dell’ascolto, nell’esserci ad ascoltare l’altro in quel “qui ed ora”. Tecnicamente, metto in dubbio il concetto di setting (si può?), non in assoluto, ma nell’epoca storica nella quale viviamo oggi. Il senso del setting a mio parere va inquadrato storicamente.

La nascita della psicoanalisi corrisponde ad un momento storico nel quale sociologicamente quel “qui ed ora” veniva sempre più a dissolversi nella melma della compensazione dei desideri dentro un consumismo che li “comprendeva”, ovvero che li ascoltava. L’operazione di Freud io l’ho sempre pensata come una possibilità di sottrarsi alla grande psicoterapia capitalista dentro la piccola resistenza dell’1 + 1 +1 che, compresa la truffa in atto fuori dallo studio dello psicoanalista, sarebbe diventata un esercito di ascoltatori contro il grande Ascoltatore chiamato Capitale. Evidentemente ho sbagliato, ma da sociologo lo considero un errore perdonabile, frutto dell’idealismo assorbito da qualche libro nei tempi dell’università.

Ora però, sono meno sprovveduto e allora sto più attento a non fare questi errori.

Per concludere, la mia sensazione è che chi oggi aspira ad essere ascoltatore professionista ci goda un po’ troppo ad avere più a che fare con questo grande Ascoltatore che con l’altro da ascoltare. Che, tradotto, significa che noto un’eccessiva preoccupazione della categoria nell’accertarsi che in tasca questo “altro da ascoltare” abbia sempre quel di più da destinare all’Ascoltatore per quella sua capacità certificata e professionale di “mettersi in ascolto” quando apre e chiude il suo studio.

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