Dacci oggi il nostro panico quotidiano

Saltano gli schemi, si incrinano gli schermi.

Qualcuno dietro gli schermi, in qualche modo, tenta di tenere in mano la situazione riproponendosi sulla scena come autorevole e capace di imporre la sua autorità. Nel discorso agli italiani. In questo compito non può che presentarsi sulla scena chi governa: deve farlo.

Poi però c’è il codazzo, quelli che Zygmunt Bauman chiama nel suo libro “La decadenza degli intellettuali”, gli interpreti: ruolo destinato a intellettuali che da molto tempo si sono autodefiniti tali tra di loro. Nel nostro Paese, forse come in nessun altro, gli interpreti spesso corrispondono ai volti televisivi dei talk show serali mostrandosi come opinionisti di livello superiore. Se gli schemi, là fuori e qui dentro ognuno di noi, sono saltati, gli schermi tengono ancora botta, come si dice… si stanno solo incrinando. Il vetro della tv soprattutto, sostiene e ripara il discorso da un possibile “contagio del reale” gli opinionisti, ora semplici maggiordomi di un potere che a poco a poco pare (evviva) “fottersene” di loro.

Capita così che Fabio Fazio domenica scorsa, affiancato come fosse la sua bombola di ossigeno, dal virologo Burioni (a proposito, è uscito un suo nuovo libro!), venga ignorato dal ministro Speranza mentre pronuncia il suo discorso istituzionale alla nazione sulla situazione sanitaria e sulle procedure messe in atto per contrastare l’avanzare dell’epidemia. I tentativi di entrare nel discorso ministeriale da parte del conduttore tv falliscono miseramente di fronte alla necessità di comunicare del ministro agli italiani, non a Fazio. Lui ci tiene però a sottolineare che lui e la sua trasmissione ci sono, al bisogno.

Ecco, siamo di fronte ad una trasformazione in atto. Qualcosa sta accadendo sul serio, e le tracce del cambiamento le abbiamo a portata di schermo, dove si agita l’intellettualismo cultural-popolar-televisivo. E di riflesso, dallo schermo si arriva nelle stanze del potere. Non c’è Fazio che tenga (io l’apprezzavo così tanto quando faceva l’imitatore…): il nostro panico quotidiano va gestito. Non dalla tv. Da chi ha il potere, almeno sulla carta. Perché il panico mette alla prova l’autorità. E se l’autorità non risponde, il panico diventa caos (vedi la rivolta nel mondo sommerso delle carceri) e violenza.

Giù la maschera per chi fino ad ora ha fatto l’interprete dietro ad uno schermo, e giù la mascherina per chi oggi deve non solo amministrare, ma metterci la faccia per fare uscire il Paese da questa emergenza.

Pubblicato da Paolo Patuelli

Sociologo Clinico, Counselor ad Orientamento Psicoanalitico

2 pensieri riguardo “Dacci oggi il nostro panico quotidiano

  1. Il mondo del Cinema e poi della Tv, anche se continuiamo ad accorparli a quello dei giornali, nelle parola Media, serve ed è servito e servirà a risollevare gli animi dei lavoratori dal colletto grigio, non più bianco e non più blu, dal quotidiano in cui sono immersi. Servono Tv e Cinema a far immaginare un mondo che non c’è e cos’ il corpo e la mente si addormentano in un ritmo regolare. Quindi di cosa ci si stupisce? Fazio serve/o.

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  2. Confondere la Norma con la Legge deriva da una vulgata psicoanalitica.

    La Legge prodotta da un Parlamento eletto in modo universalistico, non è la Magna Charta Libertatum del 12 giugno 1215 e non è neppure il prodotto del pensiero di Kǒng Fūzǐ o di Dracone.

    Sigmund Freud in Totem e Tabu cita da studi etnografici 100 e 100 esempi, questo fra gli altri: “Tra gli Zulù … il costume impone che un uomo si vergogni della propria suocera e che faccia il possibile per evitarne la compagnia”. Egli lo annota per dimostrare l’orrore primigenio dell’incesto, ma soprattutto, la rilevanza di un costume che si trasforma in norma morale.

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